La nuova Birmania

Il Post ,

Le amni­stie, le riforme, l’accordo coi ribelli dopo 63 anni di guer­ri­glia: come una dit­ta­tura si sta rifor­mando dall’interno.

Una delle sto­rie più rac­con­tate dalle rivi­ste spe­cia­liz­zate di poli­tica estera, negli ultimi mesi, è la tra­sfor­ma­zione della Birmania. Alla domanda sul fatto che una dit­ta­tura, per giunta par­ti­co­lar­mente repres­siva e bru­tale, potesse o no rifor­marsi dall’interno, la comu­nità inter­na­zio­nale si è quasi sem­pre rispo­sta di no, con molte ragioni.

Quello che sta acca­dendo in Birmania dovrebbe però spin­gere quanto meno a con­si­de­rare la tesi meno asso­luta. Ieri il governo bir­mano ha annun­ciato il rag­giun­gi­mento di un accordo per un ces­sate il fuoco con i ribelli Karen, coi quali era in corso un con­flitto lungo 63 anni. Oggi 651 dete­nuti poli­tici sono stati rila­sciati, nell’ultima delle molte amni­stie ordi­nate dal governo nelle ultime set­ti­mane. E que­sti due non sono che le più recenti delle svolte del governo birmano.

Il governo si è inse­diato nel marzo del 2011 pren­dendo il posto di una giunta mili­tare che gover­nava repres­si­va­mente il paese dal 1962. Il capo del governo si chiama Thein Sein ed è un ex gene­rale, che ha lasciato l’esercito pro­prio per can­di­darsi alla carica poli­tica, primo civile dopo quasi cinquant’anni di regime mili­tare. Dal momento del suo inse­dia­mento, aveva scritto lo scorso otto­bre Foreign Policy, il governo bir­mano ha mostrato “una sor­pren­dente insof­fe­renza per lo sta­tus quo”.

Prima il rila­scio di Aung San Suu Kyi, dete­nuta per vent’anni dopo una vit­to­ria elet­to­rale, e oggi libera, anche di fare poli­tica, incon­trare i capi dell’opposizione e i lea­der mon­diali, viag­giare in patria e all’estero, can­di­darsi in Parlamento. Poi le molte amni­stie con­cesse, la prima a più di 6.000 pri­gio­nieri, inclu­dendo molte per­sone dete­nute per reati politici. Il Parlamento è stato ria­perto, dopo vent’anni. Il rigido con­trollo del regime sulla libertà di espres­sione e sul diritto di asso­cia­zione è stato allen­tato, così come il blocco sui siti Internet. L’intensità della pro­pa­ganda è dimi­nuita, la tv di Stato ha man­dato in onda alcuni dibat­titi par­la­men­tari. I sin­da­cati sono stati legalizzati.

Il governo ha poi intra­preso gesti di aper­tura verso i gruppi etnici armati che com­bat­tono da decenni la dit­ta­tura. Ha fir­mato un accordo di pace pre­li­mi­nare con le etnie Wa e Mongla e ieri ha uffi­cia­liz­zato il ces­sate il fuoco coi ribelli Karen, pro­ta­go­ni­sti di una delle più lun­ghe insur­re­zioni armate della sto­ria. Da più di sessant’anni i ribelli Karen lot­ta­vano per otte­nere mag­giore auto­no­mia, unico gruppo etnico a non avere mai fir­mato un accordo di pace con il governo in tutti que­sti anni.

A fine set­tem­bre l’organizzazione no-profit International Crisis Group ha pub­bli­cato un rap­porto dedi­cato alla situa­zione in Birmania che ha messo in luce i nume­rosi cam­bia­menti in ambito poli­tico, eco­no­mico e rela­tivo ai diritti umani. Si tratta di passi avanti che oltre­pas­sano le aspet­ta­tive, come la deci­sione di sospen­dere la costru­zione della diga Myitsone, che avrebbe attra­ver­sato il fiume Irrawaddy – una vera e pro­pria icona della civiltà bir­mana – cau­sando nume­rosi danni all’ambiente. O l’annullamento e il raf­fred­da­mento di appalti e lavori desti­nati alla Cina, sto­ri­ca­mente alleata e pro­tet­trice del regime.

Oggi in Birmania 1.500 per­sone riman­gono dete­nute per reati poli­tici. Aung San Suu Kyi ne chiede il rila­scio e il suo par­tito si dice fidu­cioso riguardo il nuovo atteg­gia­mento del governo. Win Tin, diri­gente del par­tito che ha pas­sato 19 anni in pri­gione, ha detto che que­ste amni­stie dimo­strano l’intenzione del governo di «risol­vere pro­blemi poli­tici con mezzi poli­tici». Tra le per­sone rila­sciate oggi c’è anche Min Ko Naing, atti­vi­sta che par­te­cipò da stu­dente alle rivolte del 1988 e che divenne pra­ti­ca­mente una leg­genda, nel movi­mento per la democrazia.

Alle riforme si è accom­pa­gnato il cam­bio di atteg­gia­mento da parte della comu­nità inter­na­zio­nale. Le san­zioni eco­no­mi­che impo­ste negli scorsi anni da Stati Uniti, Canada e Unione Europea sono ancora in fun­zione, e sia gli Stati Uniti che il Regno Unito hanno detto che reste­ranno in vigore fin­ché tutti i pri­gio­nieri poli­tici non saranno rila­sciati. I governi occi­den­tali stanno comun­que ten­tando di pre­miare il governo bir­mano, così da inco­rag­giarlo a pro­se­guire su que­sta strada, e in quest’ottica vanno lette anche la recente sto­rica visita nel paese di Hillary Clinton, quella del mini­stro degli Esteri bri­tan­nico William Hague e le parole di elo­gio di Barack Obama.

Una parte di comu­nità inter­na­zio­nale per que­sta ragione è scet­tica, e sostiene che le con­ces­sioni del governo bir­mano si deb­bano solo al desi­de­rio di allen­tare la presa delle san­zioni eco­no­mi­che. Anche que­sta, però, sarebbe una buona noti­zia: innan­zi­tutto per­ché dimo­stre­rebbe il fun­zio­na­mento delle san­zioni eco­no­mi­che, uno stru­mento con­tro­verso che in pas­sato ha gene­rato risul­tati incon­si­stenti o addi­rit­tura peg­gio­rato le cose. E inol­tre per­ché, per qual­siasi ragione siano state decise, le riforme e i passi avanti di que­sti mesi sono in gradi di pro­vo­care cam­bia­menti dagli esiti non pre­ve­di­bili e con­trol­la­bili. E per que­sto, come scri­veva Foreign Policy a otto­bre, la comu­nità inter­na­zio­nale farebbe bene a inco­rag­giarne altri, invece che limi­tarsi ad aspettare.

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