Pillole di paura

Sintesi,

MEDIA

Pillole
di paura

Allarmismo mediatico: istruzioni per l’uso

Giornali e televisioni sono in grado di alterare la nostra percezione della realtà.
I tre casi più eclatanti degli ultimi anni. Perché succede e come difendersi.

Pillole

di Marco Fasola ed Edoardo Iacono

Chi votare. Cosa mangiare. A chi fare la guerra. Molti indizi suggeriscono che queste scelte non sono prive di condizionamenti. Prima delle elezioni politiche del 2008 un improvviso “allarme sicurezza” scatenato dai telegiornali spinse l’elettorato verso i partiti più attenti al tema. In quel periodo tuttavia i reati non erano in aumento: i dati del ministero degli Interni mostrano che stavano addirittura calando. Nel 2005 il “caso aviaria” provocò un terremoto: il mercato del pollame crollò, l’Italia ordinò milioni di vaccini e i ricavi delle case farmaceutiche salirono alle stelle. L’Organizzazione mondiale della sanità però ha contato fino a oggi meno di trecento morti in tutto il mondo. Il sospetto che non si trattasse di una pandemia era fondato.

Nel 2003 gli Stati Uniti si preparavano a invadere l’Iraq, con il sostegno dell’opinione pubblica: i rapporti della Cia e la stampa americana dicevano che Saddam Hussein stava sviluppando armi di distruzione di massa e aveva legami con Al Qaeda. Non era vero: nel settembre 2006 è stato lo stesso Senato degli Stati Uniti ad ammetterlo. I mezzi d’informazione sono al centro di numerose indagini. Scavando nei numeri, nelle analisi e nei sondaggi salta fuori un elemento ricorrente: la paura. Paura per la sicurezza delle città, per la nostra salute o per il terrorismo globale. Cose che giustamente ci spaventano, ma che spesso vengono sfruttate. Nella migliore delle ipotesi solo per fare audience.

IL GIALLO DELL’INSICUREZZA PERCEPITA

– L’onda anomala –

Grafico reati

Rapine a orefici e tabaccai. Violenze a opera di stranieri. Ma anche terribili omicidi come quello di Meredith Kercher a Perugia o di Giovanna Reggiani a Roma. Prima delle elezioni del 2008 sembrava di vivere in un Paese fuori controllo. Il sospetto di un’escalation mediatica slegata dalla realtà dei fatti, però, era forte. Per fare chiarezza la Fondazione Unipolis ha commissionato uno studio a due istituti di ricerca, Osservatorio di Pavia e Demos. Il primo conferma la centralità del tema sicurezza in quel periodo: nella seconda parte del 2007 i telegiornali della prima serata Rai e Mediaset hanno dato ben 3.500 notizie su episodi di criminalità. Quasi il doppio rispetto agli anni precedenti. In testa il Tg5 con 900 servizi, seguito a breve distanza da Studio Aperto e Tg1. Gli omicidi il tema più gettonato con quasi 1.500 apparizioni. Demos invece ha sondato gli umori dei cittadini. Alla domanda «secondo lei c’è maggiore criminalità in Italia rispetto a cinque anni fa?» hanno risposto di sì quasi nove persone su dieci. Il cerchio si stringe dando un occhio ai dati del ministero degli Interni, dai quali sembra vero il contrario: il numero dei reati era in lieve diminuzione fin dall’inizio dell’anno.

Perché allora tanto allarme? Accostando i due studi la soluzione del problema sembra evidente: l’agenda mediatica influisce profondamente sull’idea che ci facciamo della realtà. I sondaggi ci danno altre preziose informazioni, indicandoci le principali vittime del condizionamento. Anzitutto le persone con un grado d’istruzione più basso e coloro che hanno scarse relazioni sociali. Quindi, chi fa un consumo maggiore di televisione (oltre le 4 ore al giorno l’angoscia cresce). Infine coloro che per orientamento politico sono più sensibili al tema. Ancora oggi l’aumento della criminalità è denunciato con maggior forza dagli elettori dell’Udc (83% del campione), del Pdl (84%) e della Lega Nord (95%). I partiti che hanno alzato il tiro sulla sicurezza sono usciti vittoriosi dalle urne. Non è possibile tracciare un rapporto causa-effetto fra le due cose, ma sicuramente l’esposizione mediatica della questione ha giocato a loro vantaggio.

Altri dati rafforzano l’idea di una correlazione fra i palinsesti televisivi e lo stato d’animo dei cittadini. A novembre 2008 infatti l’insicurezza “percepita” è scesa del 10 per cento, tornando alla normalità. Il riassestamento coincide con l’emanazione di provvedimenti di grande impatto come il decreto-sicurezza o l’invio di militari nelle città, ma soprattutto con la fine del picco mediatico.

LO STRANO CASO DEI POLLI ASSASSINI

– Montagne russe –

Grafico aviaria

Tra agosto 2005 e marzo 2006 eravamo alle prese con il virus H5N1, noto come “influenza aviaria”. A quell’epoca sui mezzi d’informazione non si sentiva parlare d’altro. Titoli come Rischio pandemia, fate scorta di antivirali si leggevano ogni giorno. Fausto Colombo, direttore dell’Osservatorio sulla comunicazione di Milano, ha monitorato la copertura del fenomeno da parte del Corriere della sera e del Tg1. Le curve che descrivono i risultati sembrano montagne russe e mettono in evidenza i due momenti di maggiore attenzione mediatica. Il primo, nell’autunno 2005, coincide con la scoperta di volatili infetti in Europa e in Turchia. Il secondo, tra gennaio e febbraio 2006, con l’arrivo di uccelli migratori nel nostro Paese. I comportamenti dei consumatori sono speculari. Nel 2006 il consumo pro-capite di carne bianca scivola a 11 kg, la metà dell’anno precedente. Il mercato registra perdite del 50 per cento. Le associazioni dei produttori parlano di circa 800 milioni di euro di danni e 30mila posti di lavoro perduti. Queste conseguenze non si spiegano se non con il timore di ammalarsi mangiando pollame. Il virus però non si trasmette servendo a tavola carne ben cotta, ma per contatto con animali infetti o con i loro escrementi. Il ministero della Salute è stato molto chiaro; il ciclone mediatico ha passato tutt’altro messaggio.

Gli effetti della temibile influenza non risparmiano nemmeno i governi, che fanno a gara nelle ordinazioni di vaccini. Il nostro Paese ne “prenota” 36 milioni, stipulando contratti che prevedono una prelazione sulle dosi in caso di pandemia. Gli esperti ci avevano messo all’erta: «possibili 150mila morti in Italia». In ben sette anni però l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha contato meno di trecento decessi e cinquecento contagi in tutto il mondo. Solo in un anno l’influenza stagionale provoca 8mila vittime in Italia e gli incidenti stradali uccidono 127mila persone in Europa. «Mi domando se non ci sia qualcuno a cui giova la ciclicità di certi allarmi sanitari» commentò il presidente di Avitalia, Gaetano De Laurentis. Qualche perplessità è legittima. Una costante delle emergenze influenzali è la corsa al vaccino e agli antivirali. A trarne beneficio, inevitabilmente, è il giro d’affari delle case farmaceutiche: l’Oms ha stimato che la febbre suina “vale” 20 miliardi di dollari. Fin qui nulla di strano. Però le ordinazioni avvengono in quantità sproporzionate e a condizioni, a volte, difficilmente giustificabili. Contro la febbre suina ad esempio l’Italia ha acquistato da Novartis 24 milioni di vaccini – pagando 184 milioni di euro – ma al momento ne ha utilizzati solo 900mila; gli altri probabilmente andranno in scadenza e dovranno essere scartati. Inoltre il contratto firmato dal governo, tenuto misteriosamente nascosto per lungo tempo, prevede clausole decisamente a favore dell’azienda farmaceutica, sulle quali di recente la Corte dei conti ha avviato una procedura di controllo (fonte: la Repubblica del 16 gennaio 2010).

LE BUGIE HANNO LE GAMBE LUNGHE

Nell’ottobre 2002 un rapporto della Cia rivelò al mondo che l’Iraq di Saddam Hussein era in combutta con Al Qaeda, nemico numero uno dell’Occidente e responsabile degli attentati alle Twin Towers. Non solo: dal 1998, concluse le ispezioni dell’Onu, il dittatore iracheno finanziava con la vendita del petrolio la costruzione di armi di distruzione di massa. Arsenali chimici, batteriologici e nucleari pronti nel giro di qualche anno, da usare contro gli Stati Uniti. La “guerra al terrore”, iniziata dal presidente Bush in Afghanistan, stava per proseguire in Iraq. In seguito a nuove ispezioni però le Nazioni Unite non diedero il proprio assenso all’operazione: le affermazioni della Cia non avevano trovato riscontro.

Così nelle settimane precedenti l’invasione si accese il dibattito. Un dibattito senza contraddittorio. Tra agosto 2002 e marzo 2003 (inizio del conflitto) tra i circa 1.800 ospiti invitati sulle grandi reti a parlare della guerra, solo uno su sei era contrario. Il rapporto scende a uno su venticinque se lo calcoliamo in base agli ospiti di nazionalità americana. Anche i giornali si diedero da fare. Nello stesso periodo la prima pagina del Washington Post ospitò ben 140 articoli in linea con la Casa Bianca. In pratica due articoli ogni tre giorni (fonte: la Repubblica). Negli Stati Uniti passò l’idea che Iraq e Afghanistan fossero più o meno la stessa cosa: gli obiettivi di un’unica guerra al terrorismo globale. Un’idea ben simboleggiata dal caso dei “banner”, cioè le strisce che scorrono in basso nei telegiornali e servono a raggruppare servizi simili. Sotto il titolo «Guerra al terrore» finiva tutto quanto.

È in questi piccoli dettagli, nel modo in cui i media accostano le notizie e le presentano, che si cela gran parte del loro potere di condizionamento. Eppure gli americani avevano buone ragioni per insospettirsi. Fino all’estate del 2002 gli stessi rapporti della Cia, le testimonianze al Congresso e altri documenti pubblici raccontavano una storia diversa, ritenendo che Saddam non avesse contatti con i terroristi e che non ci fossero le condizioni per un’entrata in guerra. In ogni caso la propaganda fu efficace. Il sostegno dell’opinione pubblica permise di sorvolare sulle fragili argomentazioni giuridiche a favore dell’invasione e d’iniziare l’attacco anche senza l’appoggio dell’Onu.

Un sondaggio dell’Università del Maryland rivela che a gennaio 2003, a pochi mesi dall’entrata in guerra, il 68% dei cittadini americani era convinto che Saddam Hussein avesse avuto un ruolo chiave negli attentati dell’undici settembre. Dopo l’invasione il 50% pensava che la presenza di armi di distruzione di massa fosse stata provata, un terzo addirittura che fossero state trovate. Convinzioni sbagliate in entrambi i casi. Di queste armi non c’era nemmeno l’ombra. Nel 2006 una commissione d’inchiesta del Senato americano tolse ogni dubbio: gli argomenti usati per sostenere la guerra – giusta o sbagliata che fosse – erano falsi.

IN SINTESI

Come ci spiega Fausto Colombo, è difficile che un fatto completamente infondato diventi un caso mediatico. «L’influenza aviaria esiste: ha ucciso delle persone, non solo dei volatili. Anche la criminalità e Al Qaeda esistono. I media sono uno strumento potente per creare consapevolezza di questi pericoli, ma spesso ne amplificano la reale portata». Come avviene l’incomprensione? «Più si parla di un problema, più aumenta il rischio percepito. L’aviaria – ci racconta – è un piatto appetitoso su cui tutti si sono lanciati. Il virus è invisibile, come la minaccia terrorista. Lo portano uccelli migratori provenienti dall’Asia, come alieni che sbarcano nel nostro mondo. Per prevenire la pandemia bisogna fare una corsa contro il tempo, e i mezzi d’informazione vivono del continuo aggiornamento». Facendo leva sul sentimento più antico: la paura. In una recente intervista al Tg2 il sociologo Zygmunt Bauman l’ha definita «capitale per i media».

Il rapporto 2008 del Censis sulla situazione sociale del Paese mostra che in parte ne siamo coscienti, rilevando una scarsa fiducia degli italiani verso i mass media. L’ottanta per cento del campione ritiene i telegiornali troppo legati al potere politico, il 60% li accusa di sensazionalismo e scarsa attenzione alle notizie veramente importanti. Nonostante questo rimaniamo un pubblico affezionato: più di otto persone su dieci dichiarano di guardare la televisione almeno tre volte a settimana. I media dunque non perdono un briciolo della loro influenza. Dire addio al telecomando per non subire condizionamenti di certo non risolverebbe il problema. Possiamo invece cambiare i nostri occhi, diventando fruitori più attenti e critici di notizie. Senza trascurare l’aspetto migliore della società dell’informazione: la possibilità di avere più fonti da comparare, per esempio attraverso internet. Altrimenti il rischio è di cascarci ancora, come dei polli.

Pillole