Ogm à la carte

Sintesi,

AMBIENTE

Ogm à
la carte

Tutta la verità sui cibi modificati

Gli effetti sulla salute, l’impatto sull’ambiente e le pro­spet­tive per l’economia.
Quali sono le scelte in gioco per l’agricoltura del futuro?

Menu Ogm

di Tommaso Dentico, Lorenzo Ghilardi ed Erica Petrillo
Illustrazioni Laura Forghieri

Ogm - TavoloBenvenuti, vi prego di pren­dere posto ai tavoli e di dare uno sguardo al menù: oggi lo chef pro­pone un po’ di chia­rezza sul tema Ogm. La spe­cia­lità della serata sarà un appro­fon­di­mento sui rischi per la salute e per l’ambiente, accom­pa­gnata da una pano­ra­mica sugli inte­ressi eco­no­mici in gioco. Sintesi vi gui­derà tra le lec­cor­nie di que­sto tema pre­li­bato con l’aiuto di alcune delle per­so­na­lità più com­pe­tenti in materia.

Alla discus­sione par­te­ci­pe­ranno illu­stri rap­pre­sen­tanti del mondo scien­ti­fico, del set­tore agroa­li­men­tare e di quello eco­no­mico: tutti riu­niti allo stesso tavolo con lo scopo di fare chia­rezza su una mate­ria in cui domina la disin­for­ma­zione. Non resta che sce­gliere le por­tate e godersi la bat­ta­glia… all’ultima forchetta!

SFORMATO ALLE DEFINIZIONI

Per anti­pa­sto ini­ziamo con le pre­sen­ta­zioni: per “orga­ni­smo gene­ti­ca­mente modi­fi­cato” (Ogm) si intende un orga­ni­smo che abbia subìto modi­fi­ca­zioni del genoma tra­mite tec­ni­che di inge­gne­ria gene­tica. Gli Ogm sono uti­liz­zati in nume­rosi campi: dall’agricoltura diretta all’alimentazione ani­male; dall’uso nell’industria alle appli­ca­zioni in medi­cina (ad esem­pio per la sin­tesi dell’insulina). Il 99% della pro­du­zione di Ogm è loca­liz­zata tra Stati Uniti, Canada, America meri­dio­nale, Cina e India, dove le col­ture più dif­fuse sono mais, soia, colza e cotone.

L’Europa ha invece adot­tato il cosid­detto “prin­ci­pio di pre­cau­zione” con­sen­tendo a cia­scun Stato mem­bro di deci­dere auto­no­ma­mente come gestire la que­stione. La situa­zione ita­liana è, per così dire, ambi­gua: attual­mente i campi nostrani sono “Ogm-free”, ovvero non pro­du­cono nem­meno un filo d’erba tran­sge­nico desti­nato a scopi ali­men­tari. Tuttavia, ormai da anni, la gran parte dei man­gimi uti­liz­zati negli alle­va­menti ita­liani (esclusi quelli bio­lo­gici) è pro­dotta a par­tire da soia e mais gene­ti­ca­mente modi­fi­cati impor­tati dall’estero. In sostanza, nei mer­cati ita­liani oggi non è pos­si­bile imbat­tersi per caso in una carota tran­sge­nica; ma si può tro­vare del pro­sciutto pro­ve­niente da un ani­male nutrito con man­gimi gene­ti­ca­mente modificati.

Ogm - Grafico

Gli anti­pa­sti erano tutti di ottima qua­lità; eppure a qual­cuno sem­bra sia andato un boc­cone di tra­verso. Chiara Tonelli (docente di gene­tica all’Università di Milano) insorge: «è ora di smet­terla con le demo­niz­za­zioni. Gli Ogm non sono altro che una tec­nica, un metodo di lavoro, non un pro­dotto pas­si­bile di cri­tica. Il pro­cesso di modi­fi­ca­zione in labo­ra­to­rio è la punta di dia­mante di un per­corso ini­ziato mil­lenni fa, quando i primi agri­col­tori sele­zio­na­vano le sementi migliori per otte­nere piante più resi­stenti. Con la dif­fe­renza che que­sta tec­no­lo­gia è molto più sicura e pre­cisa del metodo tra­di­zio­nale. Un esem­pio? Ogm - IncrociImmaginiamo un campo con due alberi di mele: una pianta pro­duce frutti dolci e pro­fu­mati ma viene spesso attac­cata dagli insetti; le mele dell’altro albero invece sono vele­nose per l’uomo ma non ven­gono toc­cate dai paras­siti. Per avere frutti buoni e resi­stenti il con­ta­dino potrebbe ricor­rere all’innesto tra­di­zio­nale, spe­rando che, tra milioni di com­bi­na­zioni pos­si­bili, il nuovo albero cre­sca con le carat­te­ri­sti­che desi­de­rate. L’alternativa? Un inter­vento su uno spe­ci­fico seg­mento di Dna: sicuro, veloce, preciso».

La rispo­sta di Carlo Petrini (pre­si­dente di Slow Food) non si lascia atten­dere: «tra campo e labo­ra­to­rio non c’è nes­suna paren­tela. Con l’agricoltura tra­di­zio­nale il con­ta­dino è pro­ta­go­ni­sta di incroci e sele­zioni, men­tre con gli Ogm non avrebbe più la pos­si­bi­lità di gestire i semi e il rac­colto. Infatti le sementi gene­ti­ca­mente modi­fi­cate sono di pro­prietà delle mul­ti­na­zio­nali che ne deten­gono il brevetto».

Dal fondo del tavolo Silvano Dalla Libera (vice­pre­si­dente di Futuragra) si sente chia­mato in causa e insorge: «già adesso la netta mag­gio­ranza dei con­ta­dini uti­lizza sementi ibride che non con­sen­tono di com­piere la seconda semina, ma obbli­gano a rivol­gersi ogni anno alle aziende pro­dut­trici: agli agri­col­tori come me non cam­bia nulla avere semi tran­sge­nici! Invece che rivol­germi al con­sor­zio dovrei com­prare da una mul­ti­na­zio­nale, pro­ba­bil­mente rispar­miando anche qualcosa».

FUSILLI AMBIENTE E SALUTE

Ogm - ScienziatoPassiamo al piatto forte: gli Ogm sono nocivi? Possono essere equi­pa­rati, in ter­mini di sicu­rezza, ai pro­dotti tra­di­zio­nali? E ancora: è vero che gli orga­ni­smi tran­sge­nici ridu­cono la bio­di­ver­sità? Nell’affrontare il tema più scot­tante non­ché appe­ti­toso della serata, il tavolo si spacca let­te­ral­mente a metà: da un lato chi sostiene a spada tratta la sicu­rezza dei pro­dotti Ogm; dall’altro chi del cibo modi­fi­cato pro­prio non si fida. Improvvisamente la fazione degli “Ogm-scettici” sem­bra ammu­to­lire. La gene­ti­sta Chiara Tonelli impu­gna infatti due “con­sen­sus docu­ment”, ovvero due ricer­che sot­to­scritte da 10.000 stu­diosi ita­liani, in cui si sostiene che i pro­dotti Ogm siano sostan­zial­mente equi­pa­ra­bili a quelli otte­nuti con metodi di col­ti­va­zione tra­di­zio­nale; per­tanto dal loro con­sumo non emer­gono rischi aggiun­tivi per la salute umana.

Anche Nino Andena (pre­si­dente di Coldiretti) rico­no­sce la vali­dità di que­ste posi­zioni; ciò nono­stante sce­glie dal menù cibi da agri­col­tura bio­lo­gica: «la sicu­rezza non è l’unica varia­bile da con­si­de­rare quando si valuta come gestire il sistema agri­colo ita­liano». Fuori dal coro inter­viene Federica Ferrario (respon­sa­bile della cam­pa­gna “no-Ogm” di Greenpeace Italia): «non pos­siamo par­lare di pro­dotti a “rischio zero” poi­ché non abbiamo gli stru­menti per pre­ve­dere le con­se­guenze a lungo ter­mine sulla salute umana». La voce della scienza, incal­zata dalla pro­vo­ca­zione, insorge per bocca di Franco Bonomi (diret­tore del dipar­ti­mento di scienze mole­co­lari agroa­li­men­tari dell’Università degli Studi di Milano): «il “rischio zero” è un obiet­tivo quanto mai astratto e irrag­giun­gi­bile. Se nel pas­sato ci fos­simo sem­pre appi­gliati a que­sto prin­ci­pio, il pro­gresso scien­ti­fico sarebbe stato impos­si­bile. Attualmente i labo­ra­tori di tutto il mondo sot­to­pon­gono i pro­dotti Ogm a nume­rosi con­trolli per garan­tire la mag­gior sicu­rezza possibile».

Ogm - CoesistenzaIn attesa delle seconde por­tate, il cuoco con­si­glia la spi­nosa que­stione della coe­si­stenza. Con que­sto ter­mine si intende la pos­si­bi­lità che ven­gano col­ti­vate piante Ogm, Bio, e tra­di­zio­nali in campi limi­trofi, con la garan­zia che non avvenga una reci­proca con­ta­mi­na­zione. Se infatti, come sostiene GreenPeace, i pol­lini Ogm venis­sero acci­den­tal­mente tra­spor­tati dal vento su un campo adia­cente non-Ogm, le carat­te­ri­sti­che della pianta pro­dotta in labo­ra­to­rio ver­reb­bero ine­vi­ta­bil­mente tra­smesse alla zona con­fi­nante. A lungo andare, negli sce­nari più apo­ca­lit­tici, la Terra sarebbe invasa da pian­tine tutte iden­ti­che tra loro… ma per for­tuna que­ste ipo­tesi sono adatte solo a un libro di fan­ta­scienza. Gli espe­ri­menti por­tati avanti da anni negli Usa con­fer­mano infatti che, se ven­gono rispet­tate le debite distanze di sicu­rezza tra un campo e l’altro, Ogm e sementi tra­di­zio­nali pos­sono con­vi­vere senza con­ta­mi­na­zione reci­proca, con buona pace della bio­di­ver­sità. «Va però sot­to­li­neato – aggiunge Federica Ferrario di Greenpeace – che i ter­reni ita­liani hanno carat­te­ri­sti­che sostan­zial­mente diverse dalle immense esten­sioni ter­ri­to­riali ame­ri­cane. Chi ci assi­cura che nei campi nostrani, più pic­coli e vicini tra loro, non pos­sano gene­rarsi delle dina­mi­che differenti?».

Tra un bic­chiere di vino e l’altro, anche gli ultimi boc­coni spa­ri­scono dal vas­soio. Silvano Dalla Libera, prima che Sintesi gli porti via il piatto, pre­cisa che «Futuragra crede fer­ma­mente nel diritto dei con­ta­dini di sce­gliere cosa col­ti­vare e applica degli stan­dard molto severi per pre­ve­nire rischi di con­ta­mi­na­zione. Ma – aggiunge – la libertà dell’agricoltore deve essere duplice: sia per chi con­ti­nua a uti­liz­zare metodi tra­di­zio­nali, sia per chi sce­glie di con­ver­tirsi al gene­ti­ca­mente modificato».

– VERDE SPERANZA –

Riuscite a imma­gi­nare una squa­dra di Marines con zappe e annaf­fia­toio in mano? Quella che sem­bra un’allucinazione, potrebbe pre­sto tra­sfor­masi in realtà. La società bio­tech Aresa ha infatti creato una ver­sione della pianta “Arabidopsis tha­liana” in grado, se semi­nata su un campo minato, d’individuare ordi­gni sot­ter­rati durante la guerra.
Il mec­ca­ni­smo è sem­plice e geniale: la pianta gene­ti­ca­mente modi­fi­cata è sen­si­bile al bios­sido di azoto, un gas pro­dotto dalle mine. Se la Arabidopsis rileva la sostanza nel suolo le sue foglie cam­biano colore, dal verde al rosso, per­met­tendo così agli arti­fi­cieri d’individuare la posi­zione dell’ordigno.
Con que­sta tec­no­lo­gia le tec­ni­che di smi­na­mento ver­reb­bero total­mente rivo­lu­zio­nate: oggi gli arti­fi­cieri uti­liz­zano metal detec­tor e cani adde­strati, con i quali indi­vi­duano l’esplosivo da far bril­lare. Le con­se­guenze di que­sta ope­ra­zione sono spesso tra­gi­che: si stima che ogni 5mila mine fatte deto­nare, un arti­fi­ciere muoia e altri due riman­gano gra­ve­mente feriti. Invece gra­zie alla pianta – semi­nata con spe­ciali fucili o lan­ciata da aerei – i rischi per gli arti­fi­cieri sareb­bero ridotti a zero. Anche dal punto di vista eco­no­mico i bene­fici sareb­bero enormi, con un note­vole abbat­ti­mento dei costi di boni­fica: fab­bri­care una mina è molto sem­plice ed eco­no­mico (costa circa 15 $), men­tre disin­ne­scarla con le tec­ni­che cor­renti è molto più com­plesso e costoso (all’incirca 1.000 $ per unità).
Con l’Arabidopsis tha­liana l’Angola, la Cambogia, il Vietnam, l’Eritrea, il Sudan e tutti i Paesi ancora oppressi dalla pesan­tis­sima ere­dità delle guerre pas­sate pos­sono spe­rare in una veloce boni­fica dei ter­ri­tori, pro­blema che attual­mente limita dra­sti­ca­mente ogni tipo di espan­sione agri­cola o indu­striale. Mai come in que­sto caso il colore della spe­ranza potrà essere il verde.

CARRÉ DI ECONOMIA AL FORNO

Ogm - Costi ricercaLa que­stione Ogm non riguarda solo la scienza, ma è inti­ma­mente legata anche al mondo dell’economia. Come seconda por­tata Sintesi mette quindi sul banco deli­ziose rifles­sioni sull’intervento delle mul­ti­na­zio­nali nelle agri­col­ture locali; i con­torni pre­ve­dono un’analisi costi-benefici o, per chi pre­fe­risse i cibi nostrani, le pre­li­ba­tezze della situa­zione italiana.

Il primo a inter­ve­nire è ancora Dalla Libera (Futuragra): «le sementi gene­ti­ca­mente modi­fi­cate con­ven­gono a tutti: all’agricoltore che rispar­mia sull’uso di erbi­cidi e pesti­cidi; allo Stato che si rende meno dipen­dente dalle impor­ta­zioni estere; al con­su­ma­tore che può avere un ali­mento buono, sicuro e meno costoso». A que­ste parole la fazione oppo­sta del tavolo insorge: «nel mer­cato delle sementi tran­sge­ni­che la con­cor­renza è molto limi­tata. Convertendoci agli Ogm l’approvvigionamento di interi Stati fini­rebbe per dipen­dere da un numero di aziende tanto basso da potersi con­tare sulle dita di una mano. Ecco a chi con­ven­gono dav­vero gli Ogm». Al com­men­sale attento verrà spon­ta­neo chie­dersi come mai le mul­ti­na­zio­nali ali­men­tari impe­gnate in que­sto campo siano così poche. Secondo la gene­ti­sta Tonelli la rispo­sta è sem­plice: buro­cra­zia. «L’Unione euro­pea pre­vede un iter com­pli­ca­tis­simo per auto­riz­zare la com­mer­cia­liz­za­zione di un pro­dotto ali­men­tare sul mer­cato. Nessuno vuole offrire al con­su­ma­tore degli ali­menti peri­co­losi; ma spe­ri­men­tare è sino­nimo di denaro e se i con­trolli supe­rano un numero ragio­ne­vole è ine­vi­ta­bile che le pic­cole aziende siano escluse dal mer­cato». Secondo que­sta teo­ria, eli­mi­nando i cavilli buro­cra­tici, si apri­rebbe la strada degli Ogm a una miriade di pic­coli labo­ra­tori indi­pen­denti, dove la logica domi­nante non sarebbe neces­sa­ria­mente quella del pro­fitto. La pro­spet­tiva appare inte­res­sante: patate che con­ten­gono vac­cini, riso con con­cen­trato al caro­tene per le popo­la­zioni denu­trite dell’Africa e così via. Il pro­fes­sor Bonomi spe­gne ogni ulte­riore entu­sia­smo: «creare un Ogm è un pro­ce­di­mento abba­stanza sem­plice per qual­siasi labo­ra­to­rio attrez­zato. Ma com­mer­cia­liz­zare un pro­dotto è cosa ben diversa dal bre­vet­tare un seme: il con­fe­zio­na­mento, la distri­bu­zione, la pub­bli­cità… tutto que­sto signi­fica avere alle spalle un impero mone­ta­rio masto­don­tico. Ecco per­ché solo le più grandi mul­ti­na­zio­nali ali­men­tari pos­sono per­met­ter­selo». Insomma, volenti o nolenti, pare che sia dif­fi­cile rima­nere alla larga dalle logi­che di que­sti colossi economici.

Ogm - Prodotti DocMa il came­riere non aveva anche par­lato di spe­cia­lità nazio­nali e di costi-benefici? In que­sto caso la scelta è tra qua­lità e dipen­denza dell’estero. Nel 2009 l’Italia ha impor­tato 3.854.588 ton­nel­late di pro­dotti orto­frut­ti­coli e ne ha espor­tato un quan­ti­ta­tivo pra­ti­ca­mente uguale. Per la mag­gior parte sono pro­dotti mar­chiati Doc, Igp e Dop, che ci hanno frut­tato la bel­lezza di 3.231.985.734 euro. Lo sa bene Nino Andena di Coldiretti, che spiega: «l’Italia rico­pre un ruolo di pre­sti­gio a livello mon­diale per i suoi pro­dotti di qua­lità. Il nostro mar­chio ha biso­gno di essere valo­riz­zato ed eti­chet­tato come “Ogm-free” per man­te­nere il suo pre­sti­gio all’estero. Anche a costo di dipen­dere dalle impor­ta­zioni per sod­di­sfare il fab­bi­so­gno ali­men­tare interno». Il tema è tanto spi­noso quanto attuale: è del gen­naio scorso la sen­tenza del con­si­glio di Stato che auto­rizza Silvano Dalla Libera a col­ti­vare mais Ogm sul ter­ri­to­rio ita­liano. La posta in gioco è alta: pro­dotti come il sici­lia­nis­simo pomo­doro pachino sareb­bero ugual­mente apprez­zati all’estero se venis­sero col­ti­vati a fianco di un campo Ogm? Istituzioni come Slow Food sono con­vinte di no e si sca­gliano con­tro i “nemici” tran­sge­nici. In effetti, come sug­ge­ri­sce il pro­fes­sor Bonomi, «le carat­te­ri­sti­che del ter­ri­to­rio ita­liano non con­sen­tono di rea­liz­zare una com­pleta auto­suf­fi­cienza ali­men­tare e le impor­ta­zioni estere sono ine­vi­ta­bili. Puntare tutto sulla valo­riz­za­zione di pro­dotti di nic­chia di altis­sima qua­lità è quindi una mossa lungimirante».

IN SINTESI

Ogm - Interviste

Gentili invi­tati, il nostro ban­chetto sta per con­clu­dersi e adesso prende la parola chi finora ha por­tato i temi in tavola. Sintesi ha cer­cato di fare ordine tra i rispet­tivi punti di vista: le per­ples­sità sui rischi per la salute sem­brano avere scarsi riscon­tri scien­ti­fici; per quanto riguarda invece la gestione eco­no­mica del mer­cato Ogm, la que­stione è molto con­tro­versa. Decidere di aprire o chiu­dere i con­fini nazio­nali alle col­ti­va­zioni tran­sge­ni­che signi­fica sce­gliere una stra­te­gia poli­tica: vogliamo soste­nere l’agricoltura inten­siva o l’iniziativa di pic­cole coo­pe­ra­tive? Preferiamo valo­riz­zare i pro­dotti tipici di una spe­ci­fica area geo­gra­fica o pun­tare tutto sulla resa del raccolto?

Forse la rispo­sta più sag­gia è quella che sug­ge­ri­sce la Fao quando parla di “case-to-case approach” (scelta caso per caso). Il con­su­ma­tore dovrebbe pre­stare atten­zione all’etichetta, met­tendo sul piatto della bilan­cia una serie di varia­bili che vanno dal luogo di pro­ve­nienza del cibo, al codice etico che regola l’attività dell’azienda agri­cola; dal costo del pro­dotto, alle cer­ti­fi­ca­zioni che ne garan­ti­scono la qualità.

Il gesto quo­ti­diano dell’acquisto di cibo, mol­ti­pli­cato per milioni e milioni di per­sone, cela infatti un grande potere: ecco per­ché è fon­da­men­tale avere gli stru­menti per deci­dere con­sa­pe­vol­mente cosa com­prare. Peccato che nella bat­ta­glia media­tica alla con­qui­sta dei con­su­ma­tori, le due fazioni pro e con­tro Ogm non si fac­ciano scru­poli a usare l’arma della disin­for­ma­zione. Da un lato, forti delle illi­mi­tate risorse eco­no­mi­che, le mul­ti­na­zio­nali ali­men­tari finan­ziano gigan­te­sche cam­pa­gne pub­bli­ci­ta­rie – soprat­tutto nei Paesi in via di svi­luppo – pre­sen­tando gli Ogm come la pana­cea di tutti i mali. Dall’altro lato, come avviene in Italia, invece di spie­gare chia­ra­mente la stra­te­gia eco­no­mica che sta die­tro al rifiuto degli Ogm, le isti­tu­zioni chia­mate in causa sfrut­tano lo spau­rac­chio dei rischi per la salute e l’ambiente, nono­stante la scienza affermi con con­vin­zione che si tratti di timori infondati.

Sintesi ora vi serve il caffè. Godetevelo pure senza troppi pen­sieri: a quanto ci risulta, il caffè Ogm non è stato ancora inventato.

Ogm - Spesa