Il drago senza voce

Sintesi,

MONDO

Il drago
senza voce

Un viaggio dentro la censura cinese

Chi controlla l’informazione, come si fa e cosa succede
quando qualcuno trasgredisce le regole.

Drago

di Enrico Labriola, Marta Manzoni e Alessandro Zanardi

Mal di testa, volto appiccicato al sedile in plastica grigia di un Boeing 747 diretto a Pechino. Jiang Tianyong, per gli amici Gianni, viene svegliato bruscamente dalla voce metallica dell’altoparlante che invita i passeggeri ad allacciare le cinture per la turbolenza in arrivo. La sbornia della sera prima gli martella ancora le tempie e un leggero senso di nausea fa capolino nello stomaco. È stata una gran festa, pensa, di quelle che si ricordano a lungo. Gli amici hanno organizzato un party a sorpresa per salutarlo prima della partenza. Gianni sta andando in Cina alcuni mesi per scrivere la tesi di laurea: vuole studiare la censura applicata dal regime. Ha appena finito gli ultimi esami all’università, guarda fuori dal finestrino e il cuore gli batte forte mentre sfreccia sopra le nuvole nella notte stellata. Sarà un’occasione unica per fare un tuffo nelle sue origini e scoprire se tutto quello che ha sentito dire è vero. Noi di Sintesi proviamo a seguirlo, in un viaggio tra occidente e oriente, per guardare con occhi diversi due mondi che spesso fanno fatica a comprendersi.

LA PENNA INVISIBILE

Appena fuori dall’aeroporto, Jiang Tianyong viene assalito da una mandria di tassisti che si contendono il prezioso turista. Nonostante i tratti orientali, il suo modo di vestire non lascia dubbi agli sguardi attenti dei guidatori. Gianni è italiano, nato a Roma, dove i suoi gestiscono un negozio. Avendo parlato cinese a casa fin da piccolo, non ha problemi a farsi capire e a raggiungere l’ostello prenotato. La prima cosa che nota è la larghezza delle strade nella capitale, spesso con tre o quattro corsie in ogni senso di marcia. Non si vedono più tante biciclette in giro, come gli raccontavano sempre i suoi nonni: il progresso degli ultimi vent’anni ha cambiato il volto di questo Paese. Nell’ostello ci sono dei computer e Gianni ne approfitta subito per scambiare due parole con gli amici su Facebook. Purtroppo la connessione non funziona: alcuni siti web sono bloccati.

Great firewallDa quando l’accesso a internet è cresciuto in Cina – il numero di utenti è passato da 23 milioni nel 2000 a 420 milioni nel 2010 (Internet world stats) – il governo si è preoccupato sempre più di controllare i contenuti che vengono diffusi. Sono state dedicate enormi risorse per costruire il più grande e sofisticato sistema di filtraggio al mondo, il “Golden shield project”, meglio conosciuto all’estero come “Great firewall” (sfruttando il gioco di parole tra “Great wall”, ovvero “Grande muraglia” – storico monumento cinese – e “firewall”, barriera in una rete informatica). Tra i siti più celebri a cui non è possibile accedere ci sono Facebook, Youtube, Wikipedia, Twitter, Flickr e molte testate internazionali. In generale viene censurata qualunque pagina che contenga temi politicamente delicati. Tra gli argomenti più scomodi sono inclusi scioperi, rivolte, critiche al governo, episodi di corruzione, Tibet, democrazia, epidemie virali e tematiche religiose.

Dati Cina

In fin dei conti Facebook non è tutto: Gianni si rassegna a scrivere due righe tramite email, la connessione funziona ed è anche piuttosto veloce. Mentre preme i tasti però non riesce a non pensare che qualcuno potrebbe controllare le sue comunicazioni. Non esistono dati precisi in merito, ma ci sono stati alcuni episodi imbarazzanti per il regime. Come nel gennaio 2010, quando Google ha chiuso gli uffici della Cina continentale (trasferendoli a Hong Kong) dopo aver rilevato un massiccio attacco alle caselle email di molti attivisti per i diritti umani e oltre venti tra le più importanti multinazionali americane. Nel 2008 invece uno studio dell’Università di Toronto (Breaching trust) ha provato l’esistenza di un database cinese con oltre 150.000 messaggi a contenuto politicamente sensibile, abbinati ai dati personali degli utenti che li avevano inviati tramite chat su Skype.

Considerando l’enorme popolazione cinese, Gianni non riesce a capire come facciano le autorità a tenere sotto controllo il flusso di dati che viene prodotto ogni giorno. Gli viene in mente di avere il numero di telefono di un lontano cugino, studente di informatica alla Tsinghua University. Si incontrano per cena e, dopo qualche domanda sulla famiglia, Yang gli spiega che a parte alcuni goffi tentativi di censurare i contenuti direttamente via “hardware”, cioè obbligando i produttori di computer venduti sul territorio cinese a inserire dei filtri all’interno dei processori (il progetto più famoso a riguardo si chiama “Green dam”, “Diga verde”), per il momento il regime sembra essersi rassegnato a gestire la censura via “software”. I contenuti vengono filtrati utilizzando algoritmi combinatori complessi che si basano su una lunga lista di termini proibiti o sospetti, aggiornata in tempo quasi reale e continuamente in evoluzione.

Gianni è stupito: gli sembra incredibile che non ci sia modo di aggirare i controlli con un po’ di creatività, per esempio inventandosi delle parole in codice. Eppure Yang gli racconta che è molto più difficile di quanto si potrebbe credere, perché il sistema si basa in realtà su un enorme contributo umano: la “internet police” è stimata in oltre 30.000 unità, che passano al setaccio siti web, forum e chat per modificare o eliminare contenuti inopportuni, segnalarli alle autorità e postare messaggi in linea con la dottrina del partito. Ma la vera forza che sta dietro questo team sono i quasi due milioni di utenti che collaborano volontariamente segnalando ogni giorno contenuti potenzialmente da rimuovere.

Gianni è rassegnato e ricorda in effetti di aver letto in un articolo pubblicato su la Repubblica (l’11 maggio 2010 – ndr), che secondo il ministero della tecnologia informatica cinese, prima che la reazione popolare possa sfuggire al controllo, c’è una finestra di due ore per bloccare un’informazione non filtrata e inondare il web di giudizi che la demoliscono. Un test ha stabilito che se il team funziona possono bastare venti minuti per convincere che un fatto non sia accaduto, o che la denuncia di uno scandalo sia frutto di «intromissioni di potenze concorrenti decise ad arginare lo sviluppo della Cina».

Yang non ne sapeva nulla e stenta a crederci, ma Gianni sfogliando tra i documenti che si è portato dietro trova il dossier “Journey at the heart of internet censorship” (Reporters without borders, 2007) in cui si racconta che l’ufficio competente – a partire dal 2007 – ha diviso i propri ordini in tre categorie, a seconda che debbano essere eseguiti in 5, 10 o 30 minuti. Ne vengono emessi a centinaia ogni giorno. Gianni cita un esempio per dare un’idea: «30 Marzo 2006, 18:35 – Cari colleghi, internet ultimamente è stato pieno di articoli e messaggi riguardanti la morte di un ingegnere di Shenzen, Hu Xinyu, come risultato del troppo lavoro. Tutti i siti devono smettere di postare articoli su questo argomento, quelli che sono già stati pubblicati devono essere rimossi, infine forum e blog devono ritirare articoli e messaggi su questo caso». Yang è stupito, ma difende il regime, spiegando a Gianni che in un Paese con oltre un miliardo di abitanti può essere imprudente alimentare degli allarmi sociali. Gianni non è del tutto convinto, ma si è fatto tardi e i due si salutano ripromettendosi di riflettere sui reciproci punti di vista.

Filtro contenutiDopo aver raccolto dati per qualche giorno, Gianni si rende conto che la censura viene usata dalle autorità anche per filtrare contenuti violenti, razzisti, pedofili e pornografici. Ci vuole un po’ per entrare nella mentalità locale, ma inizia a capire che dal punto di vista del regime in fondo non c’è una grande differenza: lo scopo dichiarato è mantenere l’armonia. Una legge del 1997 infatti afferma che «nessun individuo può usare internet per incitare alla resistenza contro la Costituzione o le leggi, supportare attacchi al governo o al sistema socialista, sostenere la divisione del Paese, affermare falsità o distorcere la verità, distruggere l’ordine sociale, promuovere superstizioni, atti violenti e materiale pornografico, o pregiudicare la reputazione degli organismi statali». Come si può facilmente capire, le maglie sono molto larghe: se un commento non è gradito le autorità possono sempre giudicarlo “diffamatorio” o “contrario all’ordine sociale”.

Eppure, approfondendo l’argomento, Gianni capisce che i controlli da soli non bastano. Per garantire la collaborazione attiva degli operatori di settore una legge approvata nel 2000 sancisce che tutti i fornitori sono direttamente responsabili nell’assicurare la legalità di ogni informazione trasmessa tramite i loro servizi. Questo significa, in poche parole, che se qualcuno pubblica un’informazione “inappropriata” tramite un server e il gestore dello stesso non provvede immediatamente a rimuoverla, segnalandola alle autorità competenti, viene ritenuto corresponsabile. Inoltre spesso vengono bloccati siti che non hanno violato alcuna regola, solo perché sono ospitati sullo stesso server di quelli censurati. Infine, nessuno ha il permesso di pubblicare nuove notizie (su qualunque media), a meno che non sia in possesso di un’apposita licenza: agli altri è consentito solo riportare le notizie pubblicate in precedenza dagli editori autorizzati.

Lo scenario sembra desolante, ma mano a mano che Gianni conosce nuovi amici scopre che qualcuno riesce ad aggirare la censura. Sono circa sei milioni di persone: il numero sembra enorme, ma rappresenta l’1,5% dei navigatori cinesi. Sono perlopiù studenti universitari, professionisti affermati, individui provenienti da classi benestanti e stranieri. I metodi utilizzati sono diversi e in continua evoluzione, parallelamente agli strumenti di controllo. Tra i più efficaci c’è la possibilità di connettersi a un server che si trova all’estero – in uno Stato senza censura – tramite un tunnel cifrato (chiamato “vpn”), per navigare liberamente da lì. Il servizio inizialmente è gratuito, poi ha un costo di 5 € al mese. Molti utenti però non hanno neppure la percezione di quanto i contenuti siano censurati.

Col passare del tempo Gianni si rende conto naturalmente che il controllo non si limita a internet: tutti i media sono strettamente sorvegliati. Una sera a cena due ragazzi di New York gli raccontano per esempio che durante la prima conferenza ufficiale del presidente americano Obama in Cina, tutto il pubblico in sala era stato accuratamente selezionato e le domande preparate in precedenza. Nonostante questo la diretta video del suo discorso in inglese a un certo punto è stata tempestivamente interrotta, lasciando la traduttrice e un corrispondente a Washington pensierosi su come riempire il tempo, mentre venivano pronunciate le parole: «Ricordate che le generazioni precedenti hanno sconfitto il fascismo e il comunismo non solo con missili e carri armati, ma con solide alleanze e valori duraturi». In seguito la versione riportata sui media cinesi ha cancellato l’intera frase o tolto le parole “e il comunismo”. Nessuno aveva preso delle precauzioni, come invece era accaduto durante le olimpiadi di Pechino nel 2008, quando a tutte le televisioni cinesi era stato imposto di ritardare le dirette di 10 secondi: una politica ideata per dare ai censori il tempo sufficiente per reagire nel caso in cui dimostranti pro-Tibet o altri gruppi mettessero in scena proteste politiche.

I due ragazzi americani lavorano in Cina da un po’ e ricordano bene questi episodi. Come ad Aprile 2010, quando avevano comprato i biglietti per andare al concerto di Bob Dylan. Peccato che le date di Pechino e Shanghai fossero state successivamente cancellate dal ministro della Cultura cinese, temendo che l’artista potesse lanciare messaggi proibiti.

– CONTROLLORI E CONTROLLATI –

La Costituzione cinese garantisce sulla carta ai propri cittadini la libertà di parola, allo stesso tempo però definisce in modo molto vago la necessità di tutelare «la sicurezza, l’onore e gli interessi della madrepatria». Ecco le principali autorità a cui viene affidato questo delicato compito, tramite uno stretto monitoraggio dei media.

GAPP (General administration of press and publication) – Controlla tutte le pubblicazioni in forma scritta, a stampa e su internet. Le sue responsabilità includono: la formulazione e l’applicazione dei piani di sviluppo macroeconomico dell’industria dell’informazione; il rilascio e la gestione delle licenze a operare per gli editori; la ricerca e la persecuzione di pubblicazioni illegali. Il Gapp ha l’autorità di censurare o eliminare qualunque informazione in forma stampata o elettronica in Cina. Ha anche il potere di revocare alle persone il diritto di pubblicare contenuti e può interrompere l’attività di qualunque editore che non segua le sue direttive.

SARFT (State administration of radio, film and television) – Controlla tutti i contenuti trasmessi via radio, film o tv, inclusi quelli multimediali su internet. In questi ambiti ha le stesse prerogative che vengono assegnate al Gapp per i contenuti scritti.

CPD (Central propaganda department) – È il principale organo di propaganda del partito comunista. Deve garantire che i contenuti pubblicati sui media promuovano la dottrina del partito e siano in linea con la sua visione. Informa gli editori su quali vicende possono o non possono essere seguite e comunica quale taglio ideologico dev’essere adottato nel riportare avvenimenti sensibili. Organizza regolarmente delle sessioni di formazione in cui insegna agli operatori d’informazione quale approccio utilizzare nel comunicare notizie su temi ad alta suscettibilità politica. Collabora continuamente con Gapp, Sarft e Xinhua.

XINHUA – La principale agenzia di stampa cinese, è stata descritta come «gli occhi, le orecchie e la voce della Cina». È il più grande ente che raccoglie le notizie da trasmettere ai media perché vengano poi diffuse al pubblico. I suoi collaboratori vengono selezionati tra gli studenti universitari con i migliori voti e la più alta fedeltà al partito. Circa l’80% dei suoi giornalisti sono membri del partito comunista cinese. Nei suoi uffici le connessioni a internet sono censurate, molti dei rapporti che non possono essere pubblicati vengono trasmessi direttamente ai dirigenti del partito con la dicitura “internal reference”. Dal 2004 il dipartimento che gestisce i rapporti con i media internazionali ha la tendenza a pubblicare notizie che vengono censurate dai dirigenti del dipartimento nazionale. Questa strategia è stata elaborata per dare l’impressione ai media stranieri che la censura applicata dal regime non sia particolarmente dura.

POCO FUMO, TANTO ARROSTO

Una volta compreso il funzionamento della censura, Gianni vuole sapere cosa succede a chi trasgredisce le regole. Tramite un amico, figlio di un alto dirigente del partito, viene a sapere che tra le novità introdotte di recente ci sono una “black list” dei giornalisti che pubblicano informazioni scomode e l’istituzione di un sistema “a punti” per gli editori (simile a quello che viene usato in Italia per la patente di guida). Nel 2009 infatti è stato reso noto che un regolamento più duro per i giornalisti avrebbe incluso «un intero database delle persone che adottano una condotta professionale malsana. Chi viene inserito nella lista dei trasgressori è escluso dalla possibilità di riportare notizie o lavorare nelle redazioni». Parallelamente, le autorità competenti hanno introdotto un sistema di licenze “a punti” per gli operatori di settore. Per le violazioni più gravi chiudono direttamente i battenti, negli altri casi possono invece avere dei punti sottratti. Quando perdono tutti i punti, rischiano di avere la licenza ritirata. Gli editori hanno anche la possibilità di recuperare i punti perduti e sono incoraggiati a farlo, mantenendo una condotta impeccabile.

Giornalisti in prigioneDopo un po’ di ricerche Gianni si rende conto che i sistemi tradizionali per punire i giornalisti troppo “vivaci” comunque rimangono: le autorità possono licenziarli o farli scendere di ruolo, chiamarli in giudizio per diffamazione, multarli, revocare loro la licenza e mandarli in prigione. Nel 2009 sono stati detenuti in carcere per motivi professionali 24 giornalisti, di cui due terzi per materiale pubblicato su internet. Da ben undici anni consecutivi la Cina è il Paese con più giornalisti dietro le sbarre (Committee to protect journalists). Per esempio l’anno scorso Liu Xiaobo è stato condannato a 11 anni di reclusione per «incitamento alla sovversione». Veterano della protesta di piazza Tiananmen, ha la “colpa” di essere stato tra i primi firmatari di Charta 08, un documento che critica il Partito comunista e chiede l’instaurazione in Cina di un sistema democratico. Come lui, la maggior parte dei giornalisti detenuti sono accusati di aver provato a «sovvertire l’autorità statale», nella gran parte dei casi perché hanno sostenuto iniziative rivolte all’instauramento della democrazia o hanno criticato esplicitamente la dirigenza del partito.

La Cina nel 2009 si è classificata al 168° posto su 175 nella graduatoria internazionale della libertà di stampa (World press freedom index). Eppure, col passare del tempo, Gianni capisce che l’atmosfera di auto-censura creata dallo stretto monitoraggio delle autorità ha conseguenze molto più determinanti delle misure repressive in sé. Infatti gran parte delle notizie non vengono pubblicate perché a priori i giornalisti evitano di occuparsene, o anche solo di pensarci, per non rischiare d’incorrere in grane.

IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI?

Rimane da capire ancora una cosa: qual’è l’effetto della censura sulla crescita economica? Dal 1990 a oggi la Cina ha visto aumentare di oltre dieci volte il proprio Pil, con tassi annui spesso superiori al 10% (World bank). Tuttavia – secondo lo standard Onu per la povertà (1 dollaro di consumi al giorno per persona) – ci sono ancora 200 milioni di poveri in Cina, rendendola il secondo Paese con più persone povere al mondo, a breve distanza dall’India. Come si può spiegare una situazione così drammatica, nonostante il forte sviluppo degli ultimi anni? Il problema appassiona anche il nostro Gianni. Dopo un po’ di ricerche scopre che attualmente il reddito del 20% della popolazione più benestante è 18 volte maggiore di quello del 20% più povero (Chinese academy of social science).

Fabbrica CinaScambiando un po’ di mail con il relatore della sua tesi arriva alla conclusione che, finché la Cina non aveva ambizioni maggiori che essere una “fabbrica” globale, la censura ha garantito stabilità politica e ha avuto un impatto probabilmente positivo nel medio periodo sui tassi di sviluppo economico, sebbene a costi sociali molto alti. In fondo, il turbo-capitalismo cinese è il paradiso dell’investitore a cui servono manodopera a basso costo e con pochi diritti, politici compiacenti e rapidi nel prendere decisioni, apertura commerciale verso il mondo. La censura serve a nascondere le proteste dei lavoratori e a impedire la formazione di sindacati indipendenti, per non parlare della repressione di chi ha qualcosa da obiettare contro gli espropri delle terre a favore della grande industria, o protesta contro l’inquinamento.

Gianni al tempo stesso si rende conto che oggi la Cina ha ambizioni di potenza globale: ha bisogno di università all’avanguardia, ricercatori che vanno e vengono dall’estero, meno corruzione, un sistema di garanzie sulla proprietà intellettuale e un sistema finanziario efficiente. Tutte cose che fanno a pugni con una censura oppressiva.

Il Paese che Mao trasformò in Repubblica Popolare quando aveva l’80% di analfabetismo, ora vanta un tasso del 21% di studenti iscritti all’università: uno tra i più alti al mondo. Ma l’ammissione e le borse di studio sono ancora subordinate all’obbedienza alle leggi statali e al codice di disciplina, cosa che tiene a freno molti studenti dal criticare il governo o avere posizioni “non gradite”. La presenza delle autorità è molto forte nelle università e i professori non allineati sono marginalizzati, puniti o espulsi. Questa e altre cause limitano lo sviluppo della Cina come leader sullo scenario internazionale.

Eppure, proprio parlando di leadership, a Gianni dà un po’ fastidio il tono di superiorità che spesso sente usare in occidente. Cos’hanno fatto di concreto i Paesi “sviluppati” nel corso degli anni per cercare di migliorare il rispetto dei diritti umani in Cina? Niente. Quando si è trattato di scegliere se promuovere certi princìpi o fare affari, la stragrande maggioranza delle multinazionali occidentali ha scelto la seconda opzione, avallando di fatto la politica cinese. Purtroppo ormai, se anche le aziende straniere decidessero di cambiare strategia, avrebbero scarse probabilità di essere incisive: la Cina infatti sa benissimo che l’occidente oggi ha più bisogno di lei di quanto lei abbia bisogno dell’occidente.

IN SINTESI

I leader del Partito comunista comandano le masse. Siccome non sono eletti dai cittadini, non devono rendere conto alla popolazione ma al partito. Quando questa teoria viene applicata al giornalismo, i media diventano un modo per comunicare dall’alto in basso, lo strumento del partito per educare le masse e mobilitare la volontà popolare in supporto al socialismo.

L’avanzata di internet tuttavia va nella direzione opposta, come racconta Andrew Rasiej, fondatore del Personal Democracy Forum: «la tecnologia sta offrendo il potere alle persone comuni di organizzarsi usando nuovi strumenti come Facebook, Twitter e Youtube per avere un impatto sui processi politici e per costringere i governi a essere più attenti alle richieste dei cittadini».

Protagonista Cina

Gianni, essendo giovane, lo sa bene. La Cina però non si sente ancora pronta ad aprire le porte a una nuova rivoluzione. Anzi, oggi fa il possibile per evitarla, per esempio limitando i privilegi di autonomia concessi in passato a Hong Kong. D’altro canto i cinesi soffrono molto per la scarsa credibilità internazionale dei media locali. Una fonte riservata ci spiega che nei prossimi anni la dirigenza del partito vorrebbe invertire questa tendenza, acquisendo prestigiose testate internazionali che non navigano in buone acque. Considerando lo stato del mercato dell’editoria e le difficoltà che i più importanti quotidiani del mondo hanno a sopravvivere, l’ipotesi non sembra poi così remota. Come a dire: se non puoi sconfiggere il tuo nemico, compralo.

Dovrebbe essere chiaro ormai che non si può capire la censura cinese osservandola solo attraverso lenti occidentali. Il caporedattore di uno dei maggiori giornali di Pechino (che per ovvie ragioni preferisce rimanere anonimo) – intervistato in esclusiva per Sintesi – ci spiega: «il governo ha una visione unitaria, ben più complessa e ampia di quella individuale del giornalista. Il controllo politico sulla stampa, quella che in occidente chiamate censura, c’è ma serve a mediare tra interesse particolare e generale, perché la visione individuale non prevalga su quella collettiva». Un approccio che richiama Confucio, del cui pensiero la Cina si nutre tutt’ora. «Tutto sommato – aggiunge – il governo in Cina fa funzionare le cose, quindi non c’è motivo di mettere in pericolo quanto fatto finora».

Detto questo, come Gianni ha potuto vedere con i suoi occhi, la società sta cambiando velocemente e la generazione che nell’89 era a protestare in piazza Tiananmen, tra qualche anno potrebbe far parte della nuova classe dirigente. Gianni conta su di loro perché la Cina trovi una sua strada verso la libertà, senza importare in modo artificiale dei modelli preconfezionati dall’occidente. Noi naturalmente incrociamo le dita con lui.

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