Il drago senza voce

Sintesi,

MONDO

Il drago
senza voce

Un viag­gio den­tro la cen­sura cinese

Chi con­trolla l’informazione, come si fa e cosa suc­cede
quando qual­cuno tra­sgre­di­sce le regole.

Drago

di Enrico Labriola, Marta Manzoni e Alessandro Zanardi

Mal di testa, volto appic­ci­cato al sedile in pla­stica gri­gia di un Boeing 747 diretto a Pechino. Jiang Tianyong, per gli amici Gianni, viene sve­gliato bru­sca­mente dalla voce metal­lica dell’altoparlante che invita i pas­seg­geri ad allac­ciare le cin­ture per la tur­bo­lenza in arrivo. La sbor­nia della sera prima gli mar­tella ancora le tem­pie e un leg­gero senso di nau­sea fa capo­lino nello sto­maco. È stata una gran festa, pensa, di quelle che si ricor­dano a lungo. Gli amici hanno orga­niz­zato un party a sor­presa per salu­tarlo prima della par­tenza. Gianni sta andando in Cina alcuni mesi per scri­vere la tesi di lau­rea: vuole stu­diare la cen­sura appli­cata dal regime. Ha appena finito gli ultimi esami all’università, guarda fuori dal fine­strino e il cuore gli batte forte men­tre sfrec­cia sopra le nuvole nella notte stel­lata. Sarà un’occasione unica per fare un tuffo nelle sue ori­gini e sco­prire se tutto quello che ha sen­tito dire è vero. Noi di Sintesi pro­viamo a seguirlo, in un viag­gio tra occi­dente e oriente, per guar­dare con occhi diversi due mondi che spesso fanno fatica a comprendersi.

LA PENNA INVISIBILE

Appena fuori dall’aeroporto, Jiang Tianyong viene assa­lito da una man­dria di tas­si­sti che si con­ten­dono il pre­zioso turi­sta. Nonostante i tratti orien­tali, il suo modo di vestire non lascia dubbi agli sguardi attenti dei gui­da­tori. Gianni è ita­liano, nato a Roma, dove i suoi gesti­scono un nego­zio. Avendo par­lato cinese a casa fin da pic­colo, non ha pro­blemi a farsi capire e a rag­giun­gere l’ostello pre­no­tato. La prima cosa che nota è la lar­ghezza delle strade nella capi­tale, spesso con tre o quat­tro cor­sie in ogni senso di mar­cia. Non si vedono più tante bici­clette in giro, come gli rac­con­ta­vano sem­pre i suoi nonni: il pro­gresso degli ultimi vent’anni ha cam­biato il volto di que­sto Paese. Nell’ostello ci sono dei com­pu­ter e Gianni ne appro­fitta subito per scam­biare due parole con gli amici su Facebook. Purtroppo la con­nes­sione non fun­ziona: alcuni siti web sono bloccati.

Great firewallDa quando l’accesso a inter­net è cre­sciuto in Cina – il numero di utenti è pas­sato da 23 milioni nel 2000 a 420 milioni nel 2010 (Internet world stats) – il governo si è pre­oc­cu­pato sem­pre più di con­trol­lare i con­te­nuti che ven­gono dif­fusi. Sono state dedi­cate enormi risorse per costruire il più grande e sofi­sti­cato sistema di fil­trag­gio al mondo, il “Golden shield pro­ject”, meglio cono­sciuto all’estero come “Great firewall” (sfrut­tando il gioco di parole tra “Great wall”, ovvero “Grande mura­glia” – sto­rico monu­mento cinese – e “firewall”, bar­riera in una rete infor­ma­tica). Tra i siti più cele­bri a cui non è pos­si­bile acce­dere ci sono Facebook, Youtube, Wikipedia, Twitter, Flickr e molte testate inter­na­zio­nali. In gene­rale viene cen­su­rata qua­lun­que pagina che con­tenga temi poli­ti­ca­mente deli­cati. Tra gli argo­menti più sco­modi sono inclusi scio­peri, rivolte, cri­ti­che al governo, epi­sodi di cor­ru­zione, Tibet, demo­cra­zia, epi­de­mie virali e tema­ti­che religiose.

Dati Cina

In fin dei conti Facebook non è tutto: Gianni si ras­se­gna a scri­vere due righe tra­mite email, la con­nes­sione fun­ziona ed è anche piut­to­sto veloce. Mentre preme i tasti però non rie­sce a non pen­sare che qual­cuno potrebbe con­trol­lare le sue comu­ni­ca­zioni. Non esi­stono dati pre­cisi in merito, ma ci sono stati alcuni epi­sodi imba­raz­zanti per il regime. Come nel gen­naio 2010, quando Google ha chiuso gli uffici della Cina con­ti­nen­tale (tra­sfe­ren­doli a Hong Kong) dopo aver rile­vato un mas­sic­cio attacco alle caselle email di molti atti­vi­sti per i diritti umani e oltre venti tra le più impor­tanti mul­ti­na­zio­nali ame­ri­cane. Nel 2008 invece uno stu­dio dell’Università di Toronto (Breaching trust) ha pro­vato l’esistenza di un data­base cinese con oltre 150.000 mes­saggi a con­te­nuto poli­ti­ca­mente sen­si­bile, abbi­nati ai dati per­so­nali degli utenti che li ave­vano inviati tra­mite chat su Skype.

Considerando l’enorme popo­la­zione cinese, Gianni non rie­sce a capire come fac­ciano le auto­rità a tenere sotto con­trollo il flusso di dati che viene pro­dotto ogni giorno. Gli viene in mente di avere il numero di tele­fono di un lon­tano cugino, stu­dente di infor­ma­tica alla Tsinghua University. Si incon­trano per cena e, dopo qual­che domanda sulla fami­glia, Yang gli spiega che a parte alcuni goffi ten­ta­tivi di cen­su­rare i con­te­nuti diret­ta­mente via “hard­ware”, cioè obbli­gando i pro­dut­tori di com­pu­ter ven­duti sul ter­ri­to­rio cinese a inse­rire dei fil­tri all’interno dei pro­ces­sori (il pro­getto più famoso a riguardo si chiama “Green dam”, “Diga verde”), per il momento il regime sem­bra essersi ras­se­gnato a gestire la cen­sura via “soft­ware”. I con­te­nuti ven­gono fil­trati uti­liz­zando algo­ritmi com­bi­na­tori com­plessi che si basano su una lunga lista di ter­mini proi­biti o sospetti, aggior­nata in tempo quasi reale e con­ti­nua­mente in evoluzione.

Gianni è stu­pito: gli sem­bra incre­di­bile che non ci sia modo di aggi­rare i con­trolli con un po’ di crea­ti­vità, per esem­pio inven­tan­dosi delle parole in codice. Eppure Yang gli rac­conta che è molto più dif­fi­cile di quanto si potrebbe cre­dere, per­ché il sistema si basa in realtà su un enorme con­tri­buto umano: la “inter­net police” è sti­mata in oltre 30.000 unità, che pas­sano al setac­cio siti web, forum e chat per modi­fi­care o eli­mi­nare con­te­nuti inop­por­tuni, segna­larli alle auto­rità e postare mes­saggi in linea con la dot­trina del par­tito. Ma la vera forza che sta die­tro que­sto team sono i quasi due milioni di utenti che col­la­bo­rano volon­ta­ria­mente segna­lando ogni giorno con­te­nuti poten­zial­mente da rimuovere.

Gianni è ras­se­gnato e ricorda in effetti di aver letto in un arti­colo pub­bli­cato su la Repubblica (l’11 mag­gio 2010 – ndr), che secondo il mini­stero della tec­no­lo­gia infor­ma­tica cinese, prima che la rea­zione popo­lare possa sfug­gire al con­trollo, c’è una fine­stra di due ore per bloc­care un’informazione non fil­trata e inon­dare il web di giu­dizi che la demo­li­scono. Un test ha sta­bi­lito che se il team fun­ziona pos­sono bastare venti minuti per con­vin­cere che un fatto non sia acca­duto, o che la denun­cia di uno scan­dalo sia frutto di «intro­mis­sioni di potenze con­cor­renti decise ad argi­nare lo svi­luppo della Cina».

Yang non ne sapeva nulla e stenta a cre­derci, ma Gianni sfo­gliando tra i docu­menti che si è por­tato die­tro trova il dos­sier “Journey at the heart of inter­net cen­sor­ship” (Reporters without bor­ders, 2007) in cui si rac­conta che l’ufficio com­pe­tente – a par­tire dal 2007 – ha diviso i pro­pri ordini in tre cate­go­rie, a seconda che deb­bano essere ese­guiti in 5, 10 o 30 minuti. Ne ven­gono emessi a cen­ti­naia ogni giorno. Gianni cita un esem­pio per dare un’idea: «30 Marzo 2006, 18:35 – Cari col­le­ghi, inter­net ulti­ma­mente è stato pieno di arti­coli e mes­saggi riguar­danti la morte di un inge­gnere di Shenzen, Hu Xinyu, come risul­tato del troppo lavoro. Tutti i siti devono smet­tere di postare arti­coli su que­sto argo­mento, quelli che sono già stati pub­bli­cati devono essere rimossi, infine forum e blog devono riti­rare arti­coli e mes­saggi su que­sto caso». Yang è stu­pito, ma difende il regime, spie­gando a Gianni che in un Paese con oltre un miliardo di abi­tanti può essere impru­dente ali­men­tare degli allarmi sociali. Gianni non è del tutto con­vinto, ma si è fatto tardi e i due si salu­tano ripro­met­ten­dosi di riflet­tere sui reci­proci punti di vista.

Filtro contenutiDopo aver rac­colto dati per qual­che giorno, Gianni si rende conto che la cen­sura viene usata dalle auto­rità anche per fil­trare con­te­nuti vio­lenti, raz­zi­sti, pedo­fili e por­no­gra­fici. Ci vuole un po’ per entrare nella men­ta­lità locale, ma ini­zia a capire che dal punto di vista del regime in fondo non c’è una grande dif­fe­renza: lo scopo dichia­rato è man­te­nere l’armonia. Una legge del 1997 infatti afferma che «nes­sun indi­vi­duo può usare inter­net per inci­tare alla resi­stenza con­tro la Costituzione o le leggi, sup­por­tare attac­chi al governo o al sistema socia­li­sta, soste­nere la divi­sione del Paese, affer­mare fal­sità o distor­cere la verità, distrug­gere l’ordine sociale, pro­muo­vere super­sti­zioni, atti vio­lenti e mate­riale por­no­gra­fico, o pre­giu­di­care la repu­ta­zione degli orga­ni­smi sta­tali». Come si può facil­mente capire, le maglie sono molto lar­ghe: se un com­mento non è gra­dito le auto­rità pos­sono sem­pre giu­di­carlo “dif­fa­ma­to­rio” o “con­tra­rio all’ordine sociale”.

Eppure, appro­fon­dendo l’argomento, Gianni capi­sce che i con­trolli da soli non bastano. Per garan­tire la col­la­bo­ra­zione attiva degli ope­ra­tori di set­tore una legge appro­vata nel 2000 san­ci­sce che tutti i for­ni­tori sono diret­ta­mente respon­sa­bili nell’assicurare la lega­lità di ogni infor­ma­zione tra­smessa tra­mite i loro ser­vizi. Questo signi­fica, in poche parole, che se qual­cuno pub­blica un’informazione “inap­pro­priata” tra­mite un ser­ver e il gestore dello stesso non prov­vede imme­dia­ta­mente a rimuo­verla, segna­lan­dola alle auto­rità com­pe­tenti, viene rite­nuto cor­re­spon­sa­bile. Inoltre spesso ven­gono bloc­cati siti che non hanno vio­lato alcuna regola, solo per­ché sono ospi­tati sullo stesso ser­ver di quelli cen­su­rati. Infine, nes­suno ha il per­messo di pub­bli­care nuove noti­zie (su qua­lun­que media), a meno che non sia in pos­sesso di un’apposita licenza: agli altri è con­sen­tito solo ripor­tare le noti­zie pub­bli­cate in pre­ce­denza dagli edi­tori autorizzati.

Lo sce­na­rio sem­bra deso­lante, ma mano a mano che Gianni cono­sce nuovi amici sco­pre che qual­cuno rie­sce ad aggi­rare la cen­sura. Sono circa sei milioni di per­sone: il numero sem­bra enorme, ma rap­pre­senta l’1,5% dei navi­ga­tori cinesi. Sono per­lo­più stu­denti uni­ver­si­tari, pro­fes­sio­ni­sti affer­mati, indi­vi­dui pro­ve­nienti da classi bene­stanti e stra­nieri. I metodi uti­liz­zati sono diversi e in con­ti­nua evo­lu­zione, paral­le­la­mente agli stru­menti di con­trollo. Tra i più effi­caci c’è la pos­si­bi­lità di con­net­tersi a un ser­ver che si trova all’estero – in uno Stato senza cen­sura – tra­mite un tun­nel cifrato (chia­mato “vpn”), per navi­gare libe­ra­mente da lì. Il ser­vi­zio ini­zial­mente è gra­tuito, poi ha un costo di 5 € al mese. Molti utenti però non hanno nep­pure la per­ce­zione di quanto i con­te­nuti siano censurati.

Col pas­sare del tempo Gianni si rende conto natu­ral­mente che il con­trollo non si limita a inter­net: tutti i media sono stret­ta­mente sor­ve­gliati. Una sera a cena due ragazzi di New York gli rac­con­tano per esem­pio che durante la prima con­fe­renza uffi­ciale del pre­si­dente ame­ri­cano Obama in Cina, tutto il pub­blico in sala era stato accu­ra­ta­mente sele­zio­nato e le domande pre­pa­rate in pre­ce­denza. Nonostante que­sto la diretta video del suo discorso in inglese a un certo punto è stata tem­pe­sti­va­mente inter­rotta, lasciando la tra­dut­trice e un cor­ri­spon­dente a Washington pen­sie­rosi su come riem­pire il tempo, men­tre veni­vano pro­nun­ciate le parole: «Ricordate che le gene­ra­zioni pre­ce­denti hanno scon­fitto il fasci­smo e il comu­ni­smo non solo con mis­sili e carri armati, ma con solide alleanze e valori dura­turi». In seguito la ver­sione ripor­tata sui media cinesi ha can­cel­lato l’intera frase o tolto le parole “e il comu­ni­smo”. Nessuno aveva preso delle pre­cau­zioni, come invece era acca­duto durante le olim­piadi di Pechino nel 2008, quando a tutte le tele­vi­sioni cinesi era stato impo­sto di ritar­dare le dirette di 10 secondi: una poli­tica ideata per dare ai cen­sori il tempo suf­fi­ciente per rea­gire nel caso in cui dimo­stranti pro-Tibet o altri gruppi met­tes­sero in scena pro­te­ste politiche.

I due ragazzi ame­ri­cani lavo­rano in Cina da un po’ e ricor­dano bene que­sti epi­sodi. Come ad Aprile 2010, quando ave­vano com­prato i biglietti per andare al con­certo di Bob Dylan. Peccato che le date di Pechino e Shanghai fos­sero state suc­ces­si­va­mente can­cel­late dal mini­stro della Cultura cinese, temendo che l’artista potesse lan­ciare mes­saggi proibiti.

– CONTROLLORI E CONTROLLATI –

La Costituzione cinese garan­ti­sce sulla carta ai pro­pri cit­ta­dini la libertà di parola, allo stesso tempo però defi­ni­sce in modo molto vago la neces­sità di tute­lare «la sicu­rezza, l’onore e gli inte­ressi della madre­pa­tria». Ecco le prin­ci­pali auto­rità a cui viene affi­dato que­sto deli­cato com­pito, tra­mite uno stretto moni­to­rag­gio dei media.

GAPP (General admi­ni­stra­tion of press and publi­ca­tion) – Controlla tutte le pub­bli­ca­zioni in forma scritta, a stampa e su inter­net. Le sue respon­sa­bi­lità inclu­dono: la for­mu­la­zione e l’applicazione dei piani di svi­luppo macroe­co­no­mico dell’industria dell’informazione; il rila­scio e la gestione delle licenze a ope­rare per gli edi­tori; la ricerca e la per­se­cu­zione di pub­bli­ca­zioni ille­gali. Il Gapp ha l’autorità di cen­su­rare o eli­mi­nare qua­lun­que infor­ma­zione in forma stam­pata o elet­tro­nica in Cina. Ha anche il potere di revo­care alle per­sone il diritto di pub­bli­care con­te­nuti e può inter­rom­pere l’attività di qua­lun­que edi­tore che non segua le sue direttive.

SARFT (State admi­ni­stra­tion of radio, film and tele­vi­sion) – Controlla tutti i con­te­nuti tra­smessi via radio, film o tv, inclusi quelli mul­ti­me­diali su inter­net. In que­sti ambiti ha le stesse pre­ro­ga­tive che ven­gono asse­gnate al Gapp per i con­te­nuti scritti.

CPD (Central pro­pa­ganda depart­ment) – È il prin­ci­pale organo di pro­pa­ganda del par­tito comu­ni­sta. Deve garan­tire che i con­te­nuti pub­bli­cati sui media pro­muo­vano la dot­trina del par­tito e siano in linea con la sua visione. Informa gli edi­tori su quali vicende pos­sono o non pos­sono essere seguite e comu­nica quale taglio ideo­lo­gico dev’essere adot­tato nel ripor­tare avve­ni­menti sen­si­bili. Organizza rego­lar­mente delle ses­sioni di for­ma­zione in cui inse­gna agli ope­ra­tori d’informazione quale approc­cio uti­liz­zare nel comu­ni­care noti­zie su temi ad alta suscet­ti­bi­lità poli­tica. Collabora con­ti­nua­mente con Gapp, Sarft e Xinhua.

XINHUA – La prin­ci­pale agen­zia di stampa cinese, è stata descritta come «gli occhi, le orec­chie e la voce della Cina». È il più grande ente che rac­co­glie le noti­zie da tra­smet­tere ai media per­ché ven­gano poi dif­fuse al pub­blico. I suoi col­la­bo­ra­tori ven­gono sele­zio­nati tra gli stu­denti uni­ver­si­tari con i migliori voti e la più alta fedeltà al par­tito. Circa l’80% dei suoi gior­na­li­sti sono mem­bri del par­tito comu­ni­sta cinese. Nei suoi uffici le con­nes­sioni a inter­net sono cen­su­rate, molti dei rap­porti che non pos­sono essere pub­bli­cati ven­gono tra­smessi diret­ta­mente ai diri­genti del par­tito con la dici­tura “inter­nal refe­rence”. Dal 2004 il dipar­ti­mento che gesti­sce i rap­porti con i media inter­na­zio­nali ha la ten­denza a pub­bli­care noti­zie che ven­gono cen­su­rate dai diri­genti del dipar­ti­mento nazio­nale. Questa stra­te­gia è stata ela­bo­rata per dare l’impressione ai media stra­nieri che la cen­sura appli­cata dal regime non sia par­ti­co­lar­mente dura.

POCO FUMO, TANTO ARROSTO

Una volta com­preso il fun­zio­na­mento della cen­sura, Gianni vuole sapere cosa suc­cede a chi tra­sgre­di­sce le regole. Tramite un amico, figlio di un alto diri­gente del par­tito, viene a sapere che tra le novità intro­dotte di recente ci sono una “black list” dei gior­na­li­sti che pub­bli­cano infor­ma­zioni sco­mode e l’istituzione di un sistema “a punti” per gli edi­tori (simile a quello che viene usato in Italia per la patente di guida). Nel 2009 infatti è stato reso noto che un rego­la­mento più duro per i gior­na­li­sti avrebbe incluso «un intero data­base delle per­sone che adot­tano una con­dotta pro­fes­sio­nale mal­sana. Chi viene inse­rito nella lista dei tra­sgres­sori è escluso dalla pos­si­bi­lità di ripor­tare noti­zie o lavo­rare nelle reda­zioni». Parallelamente, le auto­rità com­pe­tenti hanno intro­dotto un sistema di licenze “a punti” per gli ope­ra­tori di set­tore. Per le vio­la­zioni più gravi chiu­dono diret­ta­mente i bat­tenti, negli altri casi pos­sono invece avere dei punti sot­tratti. Quando per­dono tutti i punti, rischiano di avere la licenza riti­rata. Gli edi­tori hanno anche la pos­si­bi­lità di recu­pe­rare i punti per­duti e sono inco­rag­giati a farlo, man­te­nendo una con­dotta impeccabile.

Giornalisti in prigioneDopo un po’ di ricer­che Gianni si rende conto che i sistemi tra­di­zio­nali per punire i gior­na­li­sti troppo “vivaci” comun­que riman­gono: le auto­rità pos­sono licen­ziarli o farli scen­dere di ruolo, chia­marli in giu­di­zio per dif­fa­ma­zione, mul­tarli, revo­care loro la licenza e man­darli in pri­gione. Nel 2009 sono stati dete­nuti in car­cere per motivi pro­fes­sio­nali 24 gior­na­li­sti, di cui due terzi per mate­riale pub­bli­cato su inter­net. Da ben undici anni con­se­cu­tivi la Cina è il Paese con più gior­na­li­sti die­tro le sbarre (Committee to pro­tect jour­na­lists). Per esem­pio l’anno scorso Liu Xiaobo è stato con­dan­nato a 11 anni di reclu­sione per «inci­ta­mento alla sov­ver­sione». Veterano della pro­te­sta di piazza Tiananmen, ha la “colpa” di essere stato tra i primi fir­ma­tari di Charta 08, un docu­mento che cri­tica il Partito comu­ni­sta e chiede l’instaurazione in Cina di un sistema demo­cra­tico. Come lui, la mag­gior parte dei gior­na­li­sti dete­nuti sono accu­sati di aver pro­vato a «sov­ver­tire l’autorità sta­tale», nella gran parte dei casi per­ché hanno soste­nuto ini­zia­tive rivolte all’instauramento della demo­cra­zia o hanno cri­ti­cato espli­ci­ta­mente la diri­genza del partito.

La Cina nel 2009 si è clas­si­fi­cata al 168° posto su 175 nella gra­dua­to­ria inter­na­zio­nale della libertà di stampa (World press free­dom index). Eppure, col pas­sare del tempo, Gianni capi­sce che l’atmosfera di auto-censura creata dallo stretto moni­to­rag­gio delle auto­rità ha con­se­guenze molto più deter­mi­nanti delle misure repres­sive in sé. Infatti gran parte delle noti­zie non ven­gono pub­bli­cate per­ché a priori i gior­na­li­sti evi­tano di occu­par­sene, o anche solo di pen­sarci, per non rischiare d’incorrere in grane.

IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI?

Rimane da capire ancora una cosa: qual’è l’effetto della cen­sura sulla cre­scita eco­no­mica? Dal 1990 a oggi la Cina ha visto aumen­tare di oltre dieci volte il pro­prio Pil, con tassi annui spesso supe­riori al 10% (World bank). Tuttavia – secondo lo stan­dard Onu per la povertà (1 dol­laro di con­sumi al giorno per per­sona) – ci sono ancora 200 milioni di poveri in Cina, ren­den­dola il secondo Paese con più per­sone povere al mondo, a breve distanza dall’India. Come si può spie­gare una situa­zione così dram­ma­tica, nono­stante il forte svi­luppo degli ultimi anni? Il pro­blema appas­siona anche il nostro Gianni. Dopo un po’ di ricer­che sco­pre che attual­mente il red­dito del 20% della popo­la­zione più bene­stante è 18 volte mag­giore di quello del 20% più povero (Chinese aca­demy of social science).

Fabbrica CinaScambiando un po’ di mail con il rela­tore della sua tesi arriva alla con­clu­sione che, fin­ché la Cina non aveva ambi­zioni mag­giori che essere una “fab­brica” glo­bale, la cen­sura ha garan­tito sta­bi­lità poli­tica e ha avuto un impatto pro­ba­bil­mente posi­tivo nel medio periodo sui tassi di svi­luppo eco­no­mico, seb­bene a costi sociali molto alti. In fondo, il turbo-capitalismo cinese è il para­diso dell’investitore a cui ser­vono mano­do­pera a basso costo e con pochi diritti, poli­tici com­pia­centi e rapidi nel pren­dere deci­sioni, aper­tura com­mer­ciale verso il mondo. La cen­sura serve a nascon­dere le pro­te­ste dei lavo­ra­tori e a impe­dire la for­ma­zione di sin­da­cati indi­pen­denti, per non par­lare della repres­sione di chi ha qual­cosa da obiet­tare con­tro gli espro­pri delle terre a favore della grande indu­stria, o pro­te­sta con­tro l’inquinamento.

Gianni al tempo stesso si rende conto che oggi la Cina ha ambi­zioni di potenza glo­bale: ha biso­gno di uni­ver­sità all’avanguardia, ricer­ca­tori che vanno e ven­gono dall’estero, meno cor­ru­zione, un sistema di garan­zie sulla pro­prietà intel­let­tuale e un sistema finan­zia­rio effi­ciente. Tutte cose che fanno a pugni con una cen­sura oppressiva.

Il Paese che Mao tra­sformò in Repubblica Popolare quando aveva l’80% di anal­fa­be­ti­smo, ora vanta un tasso del 21% di stu­denti iscritti all’università: uno tra i più alti al mondo. Ma l’ammissione e le borse di stu­dio sono ancora subor­di­nate all’obbedienza alle leggi sta­tali e al codice di disci­plina, cosa che tiene a freno molti stu­denti dal cri­ti­care il governo o avere posi­zioni “non gra­dite”. La pre­senza delle auto­rità è molto forte nelle uni­ver­sità e i pro­fes­sori non alli­neati sono mar­gi­na­liz­zati, puniti o espulsi. Questa e altre cause limi­tano lo svi­luppo della Cina come lea­der sullo sce­na­rio internazionale.

Eppure, pro­prio par­lando di lea­der­ship, a Gianni dà un po’ fasti­dio il tono di supe­rio­rità che spesso sente usare in occi­dente. Cos’hanno fatto di con­creto i Paesi “svi­lup­pati” nel corso degli anni per cer­care di miglio­rare il rispetto dei diritti umani in Cina? Niente. Quando si è trat­tato di sce­gliere se pro­muo­vere certi prin­cìpi o fare affari, la stra­grande mag­gio­ranza delle mul­ti­na­zio­nali occi­den­tali ha scelto la seconda opzione, aval­lando di fatto la poli­tica cinese. Purtroppo ormai, se anche le aziende stra­niere deci­des­sero di cam­biare stra­te­gia, avreb­bero scarse pro­ba­bi­lità di essere inci­sive: la Cina infatti sa benis­simo che l’occidente oggi ha più biso­gno di lei di quanto lei abbia biso­gno dell’occidente.

IN SINTESI

I lea­der del Partito comu­ni­sta coman­dano le masse. Siccome non sono eletti dai cit­ta­dini, non devono ren­dere conto alla popo­la­zione ma al par­tito. Quando que­sta teo­ria viene appli­cata al gior­na­li­smo, i media diven­tano un modo per comu­ni­care dall’alto in basso, lo stru­mento del par­tito per edu­care le masse e mobi­li­tare la volontà popo­lare in sup­porto al socialismo.

L’avanzata di inter­net tut­ta­via va nella dire­zione oppo­sta, come rac­conta Andrew Rasiej, fon­da­tore del Personal Democracy Forum: «la tec­no­lo­gia sta offrendo il potere alle per­sone comuni di orga­niz­zarsi usando nuovi stru­menti come Facebook, Twitter e Youtube per avere un impatto sui pro­cessi poli­tici e per costrin­gere i governi a essere più attenti alle richie­ste dei cittadini».

Protagonista Cina

Gianni, essendo gio­vane, lo sa bene. La Cina però non si sente ancora pronta ad aprire le porte a una nuova rivo­lu­zione. Anzi, oggi fa il pos­si­bile per evi­tarla, per esem­pio limi­tando i pri­vi­legi di auto­no­mia con­cessi in pas­sato a Hong Kong. D’altro canto i cinesi sof­frono molto per la scarsa cre­di­bi­lità inter­na­zio­nale dei media locali. Una fonte riser­vata ci spiega che nei pros­simi anni la diri­genza del par­tito vor­rebbe inver­tire que­sta ten­denza, acqui­sendo pre­sti­giose testate inter­na­zio­nali che non navi­gano in buone acque. Considerando lo stato del mer­cato dell’editoria e le dif­fi­coltà che i più impor­tanti quo­ti­diani del mondo hanno a soprav­vi­vere, l’ipotesi non sem­bra poi così remota. Come a dire: se non puoi scon­fig­gere il tuo nemico, compralo.

Dovrebbe essere chiaro ormai che non si può capire la cen­sura cinese osser­van­dola solo attra­verso lenti occi­den­tali. Il capo­re­dat­tore di uno dei mag­giori gior­nali di Pechino (che per ovvie ragioni pre­fe­ri­sce rima­nere ano­nimo) – inter­vi­stato in esclu­siva per Sintesi – ci spiega: «il governo ha una visione uni­ta­ria, ben più com­plessa e ampia di quella indi­vi­duale del gior­na­li­sta. Il con­trollo poli­tico sulla stampa, quella che in occi­dente chia­mate cen­sura, c’è ma serve a mediare tra inte­resse par­ti­co­lare e gene­rale, per­ché la visione indi­vi­duale non pre­valga su quella col­let­tiva». Un approc­cio che richiama Confucio, del cui pen­siero la Cina si nutre tutt’ora. «Tutto som­mato – aggiunge – il governo in Cina fa fun­zio­nare le cose, quindi non c’è motivo di met­tere in peri­colo quanto fatto finora».

Detto que­sto, come Gianni ha potuto vedere con i suoi occhi, la società sta cam­biando velo­ce­mente e la gene­ra­zione che nell’89 era a pro­te­stare in piazza Tiananmen, tra qual­che anno potrebbe far parte della nuova classe diri­gente. Gianni conta su di loro per­ché la Cina trovi una sua strada verso la libertà, senza impor­tare in modo arti­fi­ciale dei modelli pre­con­fe­zio­nati dall’occidente. Noi natu­ral­mente incro­ciamo le dita con lui.

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