Guardare ma non toccare

Sintesi,

SOCIETÀ

Guardare ma
non toccare

La realtà vis­suta dalla pol­trona di casa

Gli effetti di inter­net e tele­vi­sione sulla nostra vita. Cosa suc­cede in Italia, come sta cam­biando il modo di gestire i rap­porti inter­per­so­nali e il tempo libero.

Tv

di Erica Petrillo e Alessandro Zanardi

Meno di una? Ritieniti for­tu­nato. Da una a due? Sei nella media, ma non c’è da stare tran­quilli. Più di tre? Dovresti pre­oc­cu­parti. Se pensi di aver letto il numero di volte in cui l’italiano medio man­gia fuori casa ogni set­ti­mana, ci dispiace, ma stai sba­gliando. Si tratta invece delle ore tra­scorse ogni giorno davanti al tele­vi­sore: un pic­colo assag­gio del son­dag­gio pro­dotto in esclu­siva da Sintesi, con lo scopo di capire come inter­net e tv influi­scano sulle nostre abi­tu­dini, la nostra vita­lità cul­tu­rale e la nostra capa­cità di intes­sere rela­zioni sociali. In defi­ni­tiva, la nostra vita.

I dati rac­colti mostrano infatti un cam­bia­mento epo­cale nel modo in cui cia­scuno di noi impiega il pro­prio tempo, scan­dito in maniera deter­mi­nante dall’avvento dei media elettronici.

DATEMI UNA TV E VI ADDORMENTERÒ IL MONDO

Dalle 1.200 rispo­ste che abbiamo rice­vuto emerge una chiara cor­re­la­zione inversa tra le ore che una per­sona passa davanti al tele­schermo e il tempo che dedica ad atti­vità sociali, ricrea­tive o intel­let­tuali: chi guarda molta tv risulta meno pro­penso a fare volon­ta­riato, dipin­gere, scri­vere, leg­gere e suo­nare. Questa ten­denza si raf­forza ancora di più per chi segue pro­grammi di intrat­te­ni­mento, rea­lity e serie televisive.

– La situa­zione italiana –

Grafico media

Il dato è par­ti­co­lar­mente signi­fi­ca­tivo quando viene acco­stato ad altre ricer­che che, indi­pen­den­te­mente l’una dall’altra, mostrano risul­tati simili. Per esem­pio: le quote più alte di seden­tari si riscon­trano tra gli ita­liani che vivono in un regime di “mono­cul­tura” tele­vi­siva, ovvero che guar­dano esclu­si­va­mente la tv senza usare altri media (Lo sport che cam­bia – Istat, 2005). Considerando poi che, secondo la Società ita­liana di pedia­tria, un ragazzo su cin­que tra gli 11 e i 14 anni rimane incol­lato davanti al tele­schermo per più di tre ore al giorno (la per­cen­tuale sale a uno su quat­tro nel Sud Italia) c’è da doman­darsi se la situa­zione sia com­ple­ta­mente sotto con­trollo. I dati par­lano chiaro, ma è meno facile di quanto sem­bri trac­ciare un rap­porto diretto di causa-effetto: una per­sona che riceve in par­tenza meno sti­moli cul­tu­rali o ricrea­tivi è infatti più sog­getta a pas­sare diverse ore davanti al tele­schermo. Comunque, a parità di con­di­zioni, le ore pas­sate davanti al tele­schermo accre­scono le chance di diven­tare passivi.

La tv, soprat­tutto per le per­sone più gio­vani, sem­bra inol­tre mono­po­liz­zare il tempo libero: secondo lo psi­co­logo ame­ri­cano Robert Kubey, l’utilizzo che ne fanno molti sod­di­sfa appieno i cri­teri con i quali il con­cetto di “dipen­denza” viene defi­nito nel manuale di dia­gnosi psi­chia­trica. Diversi spet­ta­tori infatti arri­vano a «guar­dare ciò che viene pro­po­sto in modo indi­scri­mi­nato, senza una scelta pre­ven­tiva; per­dendo ogni mec­ca­ni­smo di con­trollo della volontà. Durante la visione sono spesso arrab­biati con sé stessi per aver guar­dato troppa tv, senza essere in grado di ridurre il tempo desti­nato a tale atti­vità, sen­ten­dosi poi in colpa se sco­perti a guardarla».

– NUDI DI FRONTE A UN GROVIGLIO DI CAVI –

Per far rien­trare il para­grafo biso­gna andare nel menu “Formato” alla voce “Testo” e impo­stare il mar­gine sini­stro. Nozioni di que­sto tipo ven­gono inse­gnate in un corso di infor­ma­tica, a scuola o all’università, lasciando l’utente nudo di fronte al signi­fi­cato e alle pos­si­bi­lità di ciò che sta facendo. Sicuramente è neces­sa­rio cono­scere come fun­ziona uno stru­mento per poterlo usare, ma sarebbe anche inte­res­sante dedi­care una parte della didat­tica a rifles­sioni più ampie sul signi­fi­cato e sulle poten­zia­lità di quest’interazione. Per offrire mag­giore con­sa­pe­vo­lezza e libertà di scelta agli stu­denti poi nella vita.
Immaginate un corso di mate­ma­tica in cui si dice solo che “2×3” è uguale a “2+2+2” senza spie­gare per­ché e a cosa serve, o se durante le lezioni di musica ci inse­gnas­sero a pre­mere il secondo foro del flauto per otte­nere il do senza rac­con­tare almeno som­ma­ria­mente la sto­ria della musica e la sua fun­zione nella società.
In parte que­sta dif­fe­renza è com­pren­si­bile e giu­sti­fi­cata: il com­pu­ter è uno stru­mento rela­ti­va­mente recente e in rapida evo­lu­zione, che ha avuto una dif­fu­sione “dome­stica” solo a par­tire dagli anni ’90 in poi. Non c’è ancora stato il tempo e il neces­sa­rio distacco per riflet­tere in modo orga­nico sulla tra­sfor­ma­zione in corso: «ci sei den­tro, bello» direbbe la sim­pa­tica tar­ta­ruga al pescio­lino Nemo.
Gli stru­menti infor­ma­tici hanno la capa­cità di esten­dere, velo­ciz­zare e accre­scere il campo delle pos­si­bi­lità; alla base serve però com­pe­tenza, crea­ti­vità, curio­sità e un uso intel­li­gente. Il tema è quan­to­mai attuale con­si­de­rando la pros­sima intro­du­zione delle lava­gne vir­tuali nella didat­tica ita­liana. Dall’Inghilterra arri­vano già le prime cri­ti­che in merito: una ricerca della Northampton Business School sostiene che un uso inten­sivo della tec­no­lo­gia «tende a distrarre gli stu­denti», ren­dendo per loro dif­fi­cile «essere moti­vati a leg­gere per lun­ghi periodi di tempo».
Sarebbe utile dedi­care più atten­zione all’interazione uomo-macchina, per esem­pio mostrando a un bam­bino a par­tire da un suo dise­gno cosa il com­pu­ter con­sente di fare (e cosa invece no: tipo inven­tarsi il dise­gno). Si potrebbe riser­vare una pic­cola parte delle lezioni a que­sti argo­menti, alzando pro­gres­si­va­mente il livello intel­let­tuale a seconda dell’età degli stu­denti. Se oggi sem­bra uto­pico, potremmo almeno ini­ziare orga­niz­zando dei corsi di for­ma­zione per gli inse­gnanti, così da ren­dere intanto la loro didat­tica più effi­cace. In fondo «chi ben ini­zia, è a metà dell’opera».

INTER-NERD?

È inte­res­sante a que­sto punto chie­dersi se un discorso ana­logo vale per chi usa inten­si­va­mente il com­pu­ter. Stando ai dati rac­colti da Sintesi l’uso quo­ti­diano di inter­net non pre­clude un’esistenza vitale e cul­tu­ral­mente attiva. Con un’eccezione: si ridu­cono infatti note­vol­mente le ore dedi­cate alla let­tura di libri o gior­nali. Questo dato non va col­le­gato a un pre­sunto anal­fa­be­ti­smo degli “inter­nauti”, ma in buona parte al fatto che le due moda­lità di let­tura — su carta o sul web — si esclu­dono a vicenda.

Chi usa inter­net non com­pra il gior­nale car­ta­ceo, per­ché tende a con­sul­tare il sito web del quo­ti­diano; così come pre­fe­ri­sce svol­gere ricer­che online invece che acqui­stare un sag­gio in libre­ria. Sono in corso nume­rosi dibat­titi sulla diversa qua­lità dei con­te­nuti tra l’editoria tra­di­zio­nale e quella online, ci limi­te­remo tut­ta­via per ora a osser­vare che se nel primo caso vi è una mag­giore garan­zia riguardo alla vali­dità dei con­te­nuti, nel secondo ven­gono pri­vi­le­giate noti­zie in tempo reale e gratuite.

Per quanto riguarda lo sport, il luogo comune dell’hacker con gli occhiali spessi viene addi­rit­tura ribal­tato: tra gli indi­vi­dui di 11 anni che usano inter­net il 58% pra­tica un’attività spor­tiva, men­tre tra i non uti­liz­za­tori gli spor­tivi sono solo il 22 per cento. Chiaramente è neces­sa­rio con­si­de­rare anche l’influenza del con­te­sto socio-economico su que­sto dato: un ragazzo che vive in una fami­glia bene­stante ha più pos­si­bi­lità di uti­liz­zare teco­no­lo­gia e al tempo stesso di iscri­versi a molte atti­vità parascolastiche.

Un aspetto su cui vale la pena riflet­tere, invece, è che risulta limi­tato l’uso di social net­work tra coloro che pra­ti­cano atti­vità ad ele­vato con­te­nuto cul­tu­rale, come suo­nare, par­te­ci­pare a gruppi di tea­tro o col­la­bo­rare con asso­cia­zioni di volon­ta­riato. Probabilmente que­sto è dovuto al fatto che una per­sona par­ti­co­lar­mente vivace e coin­volta in sva­riate atti­vità non ha tempo per “tag­gare” tutte le foto dei suoi amici, o pas­sare le gior­nate ad aggior­nare il pro­prio profilo.

Secondo un’interessante ricerca pub­bli­cata nel 2008 dal Times inol­tre le rela­zioni col­ti­vate via inter­net dif­fe­ri­scono in modo signi­fi­ca­tivo da quelle con una base prin­ci­pal­mente reale, fisica. In que­ste ultime infatti l’individuo si mette com­ple­ta­mente in gioco, con gioia, curio­sità e affetto, ma anche con impe­gno, rischiando fatica e delu­sioni. Tutto que­sto scom­pare invece nel mondo vir­tuale, sosti­tuito dal potere di un “click”: ora decido di accen­dere il com­pu­ter; in qual­siasi momento posso spe­gnerlo, ponendo fine a una situa­zione imba­raz­zante o poco pia­ce­vole con un sem­plice movi­mento dell’indice.

Con la pro­te­zione dello schermo tutto è più sem­plice e que­ste rela­zioni pos­sono dare pia­cere o pic­cole sod­di­sfa­zioni. Ma si paga uno scotto: l’amicizia è un’altra cosa.

– DUE BUONI MOTIVI PER FARE UN SONDAGGIO –

«La tv fa male», o «I bam­bini non gio­cano più all’aria aperta come face­vano una volta». Parlando di mass media con i non addetti ai lavori, non è raro imbat­tersi in affer­ma­zioni appros­si­ma­tive o sem­pli­ci­sti­che, chiac­chiere da bar insomma.
Volendo appro­fon­dire l’argomento in maniera più rigo­rosa, abbiamo riscon­trato che è molto dif­fi­cile tro­vare dati utili allo scopo: anche a livello inter­na­zio­nale, esi­stono pochis­sime ricer­che in mate­ria. Nonostante infatti ven­gano svolti mol­te­plici son­daggi, quasi sem­pre stu­diano sin­gole varia­bili senza veri­fi­care l’esistenza di cor­re­la­zioni. I dati pub­bli­cati sono poi spesso degli indi­ca­tori tal­mente appros­si­ma­tivi, da risul­tare pres­so­ché inu­ti­liz­za­bili. Per esem­pio, a cosa serve sapere quante volte una per­sona usa il com­pu­ter in un mese senza cono­scere per che ammon­tare di tempo? (vedi Eurostat). Per dirla in modo più tec­nico, i dati uni­di­men­sio­nali che le fonti uffi­ciali met­tono a dispo­si­zione non ser­vono allo scopo.
Determinati a risol­vere l’arcano, abbiamo infine pen­sato di auto­pro­durre una pic­cola inda­gine. Detto, fatto. Nove domande per sco­prire le abi­tu­dini quo­ti­diane di stu­denti e lavo­ra­tori, cer­cando di com­pren­dere come l’uso di tele­vi­sione e inter­net influenzi la pra­tica di atti­vità crea­tive e sociali.

Grazie, di cuore, alle 1.200 per­sone che ci hanno risposto.

Sondaggio media

IN SINTESI

Come mai tv e com­pu­ter, che pur con­si­stono entrambi in uno schermo lumi­noso, hanno un effetto tanto diverso su chi ne fa uso? Una prima rispo­sta è intrin­seca nel modo con cui le per­sone vi inte­ra­gi­scono. Nel caso del com­pu­ter colui che naviga sulla rete è, per così dire, il capi­tano dell’imbarcazione: può deci­dere in quali siti ormeg­giare e può esplo­rare a suo pia­ci­mento le pro­fonde acque del web, ren­dendo la sua ricerca per­so­na­lis­sima. L’utente ha un rap­porto attivo con i con­te­nuti e con gli altri utenti, anche se il suo inter­vento è sem­pre mediato da uno schermo.

Al con­tra­rio, quando si guarda la tele­vi­sione, il cer­vello umano fun­ziona più o meno come una spu­gna: assorbe tutto quello che la “sca­tola magica” pro­pone, senza che l’elaborazione dei con­te­nuti neces­siti di un vero e pro­prio impe­gno attivo. In que­sta pro­spet­tiva la qua­lità della pro­gram­ma­zione tele­vi­siva diventa fon­da­men­tale: se l’offerta è intel­li­gente e ori­gi­nale, lo spet­ta­tore ne trarrà gio­va­mento, come accade davanti a un bel film o a un docu­men­ta­rio inte­res­sante. Se vice­versa lo schermo rigur­gita scioc­chezze, il risul­tato otte­nuto sarà dia­me­tral­mente opposto.

A oggi in Italia circa il 50% dell’offerta tele­vi­siva con­si­ste in rea­lity show, serie tv e pro­grammi d’intrattenimento, il cui livello cul­tu­rale è noto­ria­mente poco signi­fi­ca­tivo. Tenendo conto degli effetti inde­si­de­rati sulla popo­la­zione, ammesso che tali siano, ver­rebbe da chie­dersi se non fosse oppor­tuno che almeno la tv di Stato ne limiti mag­gior­mente la dif­fu­sione. Al let­tore l’ardua sentenza.

Tv

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