DIRITTO
Carceri
sold out
Perché siamo al capolinea e come ripartire
Per contrastare il costante aumento dei detenuti il governo costruirà nuove carceri.
Sono soldi pubblici ben spesi? E soprattutto, servirà a garantire la nostra sicurezza?
di Marco Fasola e Filippo Basile
Limite tollerabile è un’espressione usata dal Ministero della giustizia per indicare che oltre quel confine — fissato in 64mila unità — in carcere non ci entra più nessuno. Fisicamente. Oggi, con quasi 65mila detenuti, quel limite è già stato superato. Un’enormità, considerando che la capienza regolamentare è di 43mila posti. La situazione è drammatica e gli allarmi suonano da tempo.
Quest’anno già 48 persone si sono tolte la vita, un numero altissimo che potrebbe fare del 2009 il peggiore di sempre (il record negativo è del 2001, con 69 suicidi). L’estate ha portato con sé proteste in tutta Italia. A Firenze un detenuto marocchino, per ottenere il rimpatrio, s’è cucito la bocca con ago e filo. Quasi a figurare il silenzio forzato dei carcerati, costretti a vivere in luoghi che ormai non possono più contenerli. Il 5 agosto la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato l’Italia a risarcire un cittadino bosniaco, Izet Sulejmanovic, per le condizioni inumane e degradanti in cui fu recluso tra novembre 2002 e aprile 2003. Condivideva una cella con altre cinque persone e disponeva in tutto di 2,7 metri quadrati, in cui trascorreva 18 ore al giorno. I mille euro che il nostro Paese dovrà pagargli sono una cifra irrisoria se si pensa che la soglia minima stabilita dal Comitato per la prevenzione della tortura è di 7 metri quadrati a persona.
IL PROGETTO DI RISTRUTTURAZIONE
«Indulto? Non se ne parla!» ha detto il ministro Alfano, che non ha alcuna intenzione di replicare il provvedimento del 2006.L’indulto consentì di diminuire del 30% le presenze in carcere. In tre anni però la situazione è tornata uguale, se non peggiore. Così quest’inverno, per risolvere il problema, il ministro ha annunciato il varo di un “piano carceri”, con l’idea di costruire nuovi istituti penitenziari e allargare quelli esistenti.
Il piano vero e proprio non esiste ancora ma c’è già un programma di massima. L’obiettivo è ambizioso: realizzare 17mila posti in più, e portare la capienza regolamentare intorno ai livelli dell’attuale “domanda” di carcere. Il tutto entro il 2012, a un costo di 1,59 miliardi di euro. Subito sono scattate le critiche, molte delle quali non prive di fondamento. Si teme che i costi siano stati sottovalutati e ancora adesso non è ben chiaro da dove arriverà l’ultima tranche del finanziamento (980 milioni di euro) destinata alla realizzazione di circa 6mila nuovi posti. I sindacati della polizia penitenziaria, che già lamentano carenze di organico, dubitano inoltre di avere forze a sufficienza per gestire le nuove strutture. Ma, ancor peggio, 17mila posti potrebbero non bastare.
Come evidenzia la relazione del deputato pd Antonio Misiani, se la popolazione carceraria continuasse a crescere agli attuali livelli (700 – 800 detenuti al mese), entro fine lavori avremmo una capienza regolamentare di 60mila unità, ma i detenuti sarebbero ormai 84mila, con uno scarto di 24mila persone (superiore a quello attuale, di 20mila). Un’ipotesi preoccupante, che mette in dubbio l’efficacia del “piano carceri”.
PERCHÈ IL SOVRAFFOLLAMENTO
Giustizia lenta, nuovi interventi di penalizzazione, un carcere criminogeno (il tasso di recidiva è altissimo: il 68% di chi ha scontato la pena torna a commettere reati). Sono queste le cause del sovraffollamento. A questi ritmi il sistema penitenziario costa, o meglio ci costa, ben tre miliardi di euro l’anno. Fatti i debiti calcoli, lo Stato spende 150 euro al giorno per ciascun detenuto: quanto si pagherebbe per un buon albergo a quattro stelle. Le “carceri d’oro” decisamente non sono un affare, anche per quanto riguarda la sicurezza. Gli studi sulla recidiva dimostrano che la prigione, più che intimidire i futuri criminali, li perfeziona: chi ha commesso un furto per esempio dopo la reclusione ha più probabilità di commettere una rapina.
In molti osservano che il “piano carceri”, come ogni altro piano incentrato sul semplice incremento delle strutture, non potrà che aumentare le spese di gestione. In termini di sicurezza non si avrebbe poi un gran vantaggio: il moltiplicarsi dei detenuti e il conseguente sovraffollamento, come in un circolo vizioso, sono alla base di tassi di recidiva così elevati. In un carcere sovraffollato la rieducazione è un obiettivo impraticabile, impedendo la realizzazione di un circuito virtuoso capace di ricevere “delinquenti” e restituire “cittadini”. Il ministro costruirà nuove prigioni, “sperando nella rieducazione del detenuto”. Il ministro “spera” nella rieducazione ma è compito suo renderla possibile. Questo non è solo un obiettivo sancito dalla Costituzione e dalla riforma penitenziaria del ’75, non è solo il chiodo fisso dei benpensanti, è anche conveniente.
– A MACCHIA DI LEOPARDO –
Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale, assiste come volontario i detenuti nella richiesta di permessi, affidamenti e misure alternative. Lo abbiamo intervistato in esclusiva nel suo studio di via Festa del Perdono, a Milano. Mentre prende dalla borsa il badge che gli consente l’accesso in carcere racconta «I detenuti di Bollate vivono in regime di custodia attenuata. Possono lavorare e studiare: sono fortunati. Questo è assurdo, perché le possibilità che si hanno a Bollate dovrebbero essere la norma. Sono un diritto, non una fortuna».
Invece abbiamo il sovraffollamento, poco personale e strutture obsolete. Dov’è finita la riforma penitenziaria?
«Sono passati più di trent’anni da quando il legislatore ha “costituzionalizzato” le norme sulla detenzione, ma ancora oggi l’attuazione della riforma è ben lontana. Il nostro problema è che sulla carta, nella legge, abbiamo buoni principi, anche molto avanzati. Però non si investono risorse per attuarli. O meglio: si investono a macchia di leopardo. Ci sono punte di eccellenza come Bollate e luoghi dove la situazione è molto più arretrata».
Il Governo dice che costruirà nuove carceri. Intanto inasprisce le pene, per esempio con il reato d’immigrazione clandestina. Più di 20mila detenuti oggi sono stranieri. Questo numero è destinato a crescere?
«Chiariamoci subito: il reato di immigrazione clandestina è punito con un’ammenda. Affollerà gli uffici dei giudici di pace, non le carceri. Però è una previsione molto discutibile, perché individuato un clandestino si apre — oltre alla procedura d’espulsione — un processo, che si interromperà nel momento dell’espulsione. Insomma, a farne le spese saranno coloro che per qualche motivo non possono essere espulsi. Le ragioni sono le più svariate: molti non sono accettati dallo Stato di provenienza, c’è il rischio che al ritorno in patria subiscano torture, o addirittura non si riesce a identificarli. Invece è punito con il carcere il reato di ingiustificato trattenimento, che era già previsto e che scatta quando un clandestino non ottempera all’ordine di espulsione. “Ingiustificato”, dice la legge: molti non partono perché non sanno dove andare o non hanno i soldi per il biglietto aereo. In generale è la linea criminalizzatrice che non funziona. L’immigrazione irregolare non va combattuta con lo strumento penale, che dovrebbe essere sempre l’ultima ratio. Va combattuta favorendo l’immigrazione legale. Il reato di immigrazione clandestina invece va nella direzione opposta: criminalizzare significa emarginare, spingere le persone alla disperazione e quindi alla delinquenza per sopravvivere. In questo senso le politiche attuali non faranno che aumentare il numero di detenuti stranieri».
Cos’è più importante perché un detenuto possa reinserirsi nella società?
«Il lavoro è molto importante. Gli articoli 20 e 21 dell’ordinamento penitanziario prevedono che i detenuti lavorino e siano avviati a un percorso di legalità nel quale proseguire fuori dal carcere. E’ chiaro che un ex-detenuto che si ritrova senza una professione, senza soldi e magari senza una famiglia ha più probabilità d’infrangere nuovamente la legge. Vogliamo investire sul carcere? Creiamo opportunità di lavoro. Si può fare in molti modi: alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, o per datori esterni. Certo, le difficoltà occupazionali sono un problema generale. Però una società lungimirante non si ferma a questa constatazione. E’ nostro interesse che i detenuti siano reimmessi nel circuito civile e questo richiede possibilità di lavoro. Inoltre diminuire i tassi di recidiva significa anche, in prospettiva, diminuire la popolazione carceraria. Con tutto ciò che ne consegue: meno spese, condizioni di vita più umane e via dicendo. Si aprirebbe un circolo virtuoso».
Esistono delle alternative valide al carcere?
«Noi siamo abituati a identificare la pena con il carcere. Ma questo non è corretto. Ci sono anche altri strumenti sanzionatori: non solo le pene pecuniarie, ma ad esempio il lavoro di pubblica utilità. C’è il solito problema: serve un’organizzazione e servono investimenti per mettere in pratica le previsioni della legge. Del resto non è impossibile. Anche il servizio civile poteva sembrare un’utopia, invece oggi è una solida realtà».
LA RIFORMA NEL CASSETTO
Puntare sulla rieducazione è conveniente. Per le casse dello Stato e quindi le nostre, ma anche per l’efficienza del sistema penale, la sua credibilità e la nostra sicurezza. Gli strumenti giuridici ci sono tutti. Diritti dei detenuti, sostegno psicologico, “esecuzione progressiva” della pena — cioè il carcere che pian piano si apre verso l’esterno per restituire alla società persone responsabili — mediante permessi premio, lavoro e misure alternative alla detenzione (introdotte nell’86 dalla famosa “legge Gozzini”). Tutto questo serve a orientare la pena verso la rieducazione del condannato (art. 27 Cost.). Mettere in pratica le previsioni della legge è un investimento saggio e ponderato.
Lo dimostra uno studio dell’Amministrazione penitenziaria, che rivela come la recidiva, fra i beneficiari delle misure alternative (coloro che hanno scontato parte della pena fuori dal carcere, nel proprio domicilio o in affidamento ai servizi sociali) diminuisca di due terzi, attestandosi al 19 per cento. Lo dimostra l’esperienza di Bollate, carcere sperimentale e punta di diamante del sistema penitenziario. Qui i detenuti possono muoversi all’interno della struttura in un regime di “custodia attenuata”, inoltre vengono loro fornite reali opportunità di studio e di lavoro. Non trascorrono il tempo oziando in celle sovraffollate: la recidiva scende al 16 per cento.
– DIETRO LE QUINTE –
C’è una realtà che opera con costanza, senza andare mai sulle prime pagine dei giornali: è il mondo delle decine di cooperative e associazioni che si occupano della rieducazione all’interno degli istituti penitenziari. Come funzionano queste strutture? Lo abbiamo chiesto a Michelina Capato Sartore, regista teatrale e responsabile della cooperativa Estia, che lavora con gli attori-detenuti della Casa di Reclusione di Milano-Bollate.
In un periodo di crisi economica, vien da chiedersi che senso abbia investire in progetti a favore dei detenuti, persone colpevoli di fronte alla legge.
«Si tratta di “investire” appunto delle risorse, offrendo la possibilità di un riscatto sociale a delle persone che hanno sbagliato. Questo è prima di tutto un obbligo morale per una società civile. Inoltre incentivare l’autosufficienza economica e socio-professionale dei detenuti significa offrire una prospettiva concreta di reinserimento lavorativo. Una volta usciti dal carcere, non avranno più bisogno di delinquere e non saranno un “peso economico” per la società».
Quindi si tratta di un lavoro vero e proprio, in cui si percepisce un salario?
«Naturalmente. Faccio un esempio: il nostro laboratorio di falegnameria vive dei proventi ricavati dallo stesso lavoro dei detenuti. Realizziamo arredamenti per esterni, giochi per bambini, mobili d’arredo, stand per fiere, palcoscenici per concerti e scenografie teatrali. Parlare della rieducazione come di un costo per la società è assurdo. Inoltre lavorare non significa solamente percepire uno stipendio, ma anche e soprattutto riscoprirsi individui attivi, parte integrante della società».
IN SINTESI
Investire sul modello Bollate — scrive Lucia Castellano, direttrice dell’istituto — «significa “costruire” nuove carceri, ma non necessariamente nel senso di fabbricarle. Piuttosto, di ripensarle, tenendo la barra del timone ben ferma nella direzione indicata dalle riforme». I soldi pubblici ben spesi sono quelli che vanno a migliorare e razionalizzare gli spazi esistenti; ad assumere nuovo personale fra educatori e psicologi; a creare corsi di studio e opportunità di lavoro per i carcerati. In galera ci sono 63mila persone. Solo alcuni sono mafiosi o terroristi. Tra gli altri, molti sono figli del disagio sociale, della droga, immigrati clandestini in fuga dalla fame.
Investire su queste persone è possibile. Non solo: conviene. Se proprio non lo si vuol capire, se le risorse saranno impiegate per ingigantire il problema anziché risolverlo, allora perché non alloggiare i detenuti in albergo? Non potremmo, in fin dei conti, che risparmiarci.




