Acqua, mais e batterie

Sintesi,

AMBIENTE

Acqua, mais
e batterie

È par­tita la sfida alla benzina

Quali sono le alter­na­tive che hanno più pro­ba­bi­lità di suc­cesso, come cam­bierà
il mondo del tra­sporto su strada, per­ché non esi­ste una solu­zione perfetta.

Pannocchia

di Edoardo Iacono e Ludovica Gazzè

Possibile che non esi­stano alter­na­tive alla ben­zina e in gene­rale ai com­bu­sti­bili fos­sili? Negli ultimi anni sono nate diverse solu­zioni, ma deci­dere quale adot­tare risulta assai com­plesso poi­ché la scelta tocca gli inte­ressi di milioni di per­sone e deter­mi­nerà il futuro del tra­sporto su strada. Un gene­rale rin­no­va­mento nel set­tore non è riman­da­bile a lungo e a pren­dere coscienza della cri­ti­cità della situa­zione non è più la solita cer­chia di eco­lo­gi­sti, ma l’insieme dei con­su­ma­tori logo­rati dal caro ben­zina e dall’aria inquinata.

Indubbiamente oggi è un momento pro­pi­zio per cam­biare e ora più che mai il mondo auto­mo­bi­li­stico sem­bra in fer­mento: da un lato si muo­vono le isti­tu­zioni, pro­get­tando zone a traf­fico limi­tato e pedaggi d’ingresso alle grandi città (come ben sanno i cit­ta­dini di Milano, dal 2008 alle prese con l’Ecopass); dall’altro sono le imprese a spe­ri­men­tare in ogni dire­zione, pre­sen­tando nuovi pro­to­tipi dotati delle più avan­zate tecnologie.

A par­tire da que­sto sce­na­rio, in cui ognuno pro­pone la sua visione dell’auto di domani, ci siamo chie­sti quale potrebbe essere l’idea vincente.

CON UNA PILA, o FORSE DUE, FINO IN CAPO AL MONDO

L’auto elet­trica offre inte­res­santi pro­spet­tive per il futuro e la grande indu­stria sem­bra aver indi­vi­duato dei validi mar­gini di gua­da­gno, supe­rando in tal modo l’ostacolo più grande per un cambiamento.

All’ultimo salone di Detroit infatti sono stati pre­sen­tati dei nuovi modelli a basso con­sumo, con bat­te­rie in grado di garan­tire oltre 400 km di auto­no­mia ed effet­tuare il 50% della rica­rica in soli 10 minuti (come quelli pro­po­sti dalla casa cinese Byd). Due tra­guardi rag­guar­de­voli se si pensa che i pro­to­tipi finora pro­dotti dif­fi­cil­mente riu­sci­vano a per­cor­rere più di 200 km e neces­si­ta­vano di tempi di rica­rica tra le 7 e le 8 ore.

Un ulte­riore pro­blema che ha costi­tuito in pas­sato un forte freno alla dif­fu­sione dei mezzi elet­trici è rap­pre­sen­tato dalle alte per­for­mance, con­si­de­rate sinora una pre­ro­ga­tiva dei motori a scop­pio. Ma le voci popo­lari sono pronte a crol­lare di fronte a nuovi coupé elet­trici dal design spor­tivo e filante, capaci di sca­ri­care a terra la bel­lezza di 200 cavalli (come quelli intro­dotti recen­te­mente da Sigma Motorworks). Considerate le pre­sta­zioni si può dire che i con­sumi siano quanto meno accet­ta­bili, dato che con un ciclo di rica­rica si pos­sono per­cor­rere fino a 160 km.

In un pros­simo futuro potremo vedere vei­coli che si rica­ri­cano anche da fermi, gra­zie a dei sistemi cattura-energia: è que­sto il con­cetto da cui Fiat è par­tita per creare Phyllia, la city car dotata di pan­nelli foto­vol­taici per auto-ricaricarsi. Nemmeno i tec­nici della Toyota hanno perso tempo, aggiun­gendo come optio­nal i pan­nelli solari sul modello ibrido Prius. Si parla di una capa­cità limi­tata a 3 kW, in grado però di ali­men­tare il cli­ma­tiz­za­tore e garan­tire un’autonomia gior­na­liera di una tren­tina di chilometri.

È inte­res­sante poi la pos­si­bi­lità di tra­sfor­mare alcune auto ibride in ver­sioni com­ple­ta­mente elet­tri­che, con 50 km di auto­no­mia e una velo­cità mas­sima di 60 km/h: ideali per un uso urbano o per cir­co­lare in aree a traf­fico limi­tato. Il ciclo di rica­rica in que­sto caso coste­rebbe in media sola­mente 70 cen­te­simi di euro (la stessa distanza con un auto a ben­zina costa circa 3,6 € — più di 5 volte tanto).

Nonostante le buone pre­messe, il pre­sente dell’auto elet­trica è ancora spesso limi­tato a “con­cept car”. Rimangono infatti alcuni pro­blemi da risol­vere per avviare una mas­sic­cia pro­du­zione industriale.

Il primo obiet­tivo è l’abbattimento dei costi di pro­du­zione: oggi fino al 25-30% del prezzo di un vei­colo elet­trico è deter­mi­nato dalle bat­te­rie instal­late, da cui dipen­dono carat­te­ri­sti­che fon­da­men­tali quali l’autonomia, la velo­cità mas­sima, il tempo di rica­rica e la durata. I costi ele­vati sono in buona parte dovuti alla scar­sis­sima pre­senza di litio nel mondo: l’unico mate­riale finora adatto allo scopo, gra­zie alla sua leg­ge­rezza e intrin­seca capa­cità di accu­mu­lare abbon­dante energia.

Da quando si è ini­ziato a usarlo nella fab­bri­ca­zione di bat­te­rie per com­pu­ter e cel­lu­lari il suo prezzo è cre­sciuto espo­nen­zial­mente: oggi la Sqm — società cilena che pro­duce un terzo del litio nel mondo — chiede per il suo oro bianco 12mila dol­lari a ton­nel­lata; nel 1996 il prezo era un sesto di quello attuale. Considerando che la domanda per l’elettronica por­ta­tile cre­sce più o meno al ritmo del 25% l’anno, si cal­cola che per il 2015 saranno dispo­ni­bili al mas­simo 300mila ton­nel­late di litio per l’industria dell’auto: un quan­ti­ta­tivo appena suf­fi­ciente per pro­durre un milione e mezzo di veicoli.

Un altro osta­colo alla dif­fu­sione di que­sta tec­no­lo­gia risiede nella neces­sità di grandi inve­sti­menti strut­tu­rali, per la costru­zione di una rete ade­guata all’approvvigionamento di elet­tri­cità su strada. Inaspettatamente arri­vano poi delle cri­ti­che sul fronte eco­lo­gico. Il dub­bio è tanto sem­plice quanto legit­timo: se la pro­du­zione di ener­gia elet­trica avviene prin­ci­pal­mente attra­verso car­bon fos­sile, il tanto ago­gnato rispar­mio di emis­sioni su strada viene perso a monte, nelle cen­trali elettriche.

È quindi neces­sa­rio com­piere ancora impor­tanti passi avanti nella ricerca per­ché i vei­coli elet­trici pos­sano diven­tare un’alternativa vin­cente sotto tutti i punti di vista. Di que­sto è con­vinto anche l’amministratore dele­gato del gruppo Fiat, Sergio Marchionne, che non ritiene attua­bile un inve­sti­mento in que­sto set­tore nei pros­simi 3-4 anni. Il motivo pri­ma­rio risiede appunto nell’attuale carenza di «solu­zioni tec­ni­che che per­met­tano ai pro­dut­tori di con­qui­stare grandi quote di mercato».

VERDURE E VAPORE

Un’altra strada per­cor­ri­bile è l’alimentazione a bio­com­bu­sti­bile, ovvero car­bu­rante deri­vato dalla lavo­ra­zione di vege­tali. Quest’idea in realtà non è affatto nuova e già nei primi anni del ‘900 lo stesso Henry Ford pro­mosse l’utilizzo dell’etanolo (il più famoso com­bu­sti­bile di ori­gine vege­tale) per le sue auto­mo­bili. Da lì a poco però l’idea venne gra­dual­mente abban­do­nata per­ché il petro­lio risul­tava molto più a buon mer­cato rispetto alla col­ti­va­zione di biomasse.

L’etanolo e il bio­die­sel sono tor­nati in voga negli ultimi anni, soprat­tutto poi­ché prima della crisi eco­no­mica il barile a 100 dol­lari ha spinto molti a tro­vare alter­na­tive al petro­lio in tempi rapidi.

Quali sono i van­taggi di que­sti car­bu­ranti? Tanto per comin­ciare non con­tri­bui­scono all’effetto serra: il quan­ti­ta­tivo di CO2 libe­rato quando uti­liz­ziamo il vei­colo è pari a quello che la pianta ha tra­sfor­mato in ossi­geno durante la sua cre­scita. Un altro van­tag­gio non da poco è che gli attuali motori a com­bu­stione richie­dono pochis­sime modi­fi­che per poter sfrut­tare i bio­com­bu­sti­bili, quindi per adat­tare il pro­cesso pro­dut­tivo baste­rebbe un pic­colo sforzo eco­no­mico. Infine le sta­zioni di ser­vi­zio pre­senti sul ter­ri­to­rio sono già in grado di sup­por­tare effi­ca­ce­mente que­sti car­bu­ranti. Detto in parole povere, i bio­com­bu­sti­bili hanno il van­tag­gio di essere un sur­ro­gato rin­no­va­bile del petro­lio. Molti pen­sano però che pro­prio que­sta carat­te­ri­stica impe­di­rebbe la vera svolta tec­no­lo­gica da più parti auspi­cata: non si cam­biano i motori, ma solo quello che viene messo dentro.

Altri poi, sono piut­to­sto scet­tici riguardo alla soste­ni­bi­lità ambien­tale su larga scala. Pimentel e Patzek, pro­fes­sori di inge­gne­ria alla Cornell University e all’Università di Berkeley, hanno pro­po­sto uno stu­dio da cui si evince che solo per coprire il fab­bi­so­gno Usa di car­bu­ranti sarebbe neces­sa­rio col­ti­vare bio­masse su un ter­ri­to­rio pari a circa metà del suolo americano!

Nel rap­porto si afferma inol­tre che l’energia neces­sa­ria per la col­ti­va­zione dei vege­tali è supe­riore all’energia che si può rica­vare suc­ces­si­va­mente da que­sti. Ovvero la pro­du­zione di eta­nolo assorbe più ener­gia di quella che fornisce.

Un approc­cio più rivo­lu­zio­na­rio viene da quanti vedono nell’idrogeno la via mae­stra per libe­rarci dalla dipen­denza petro­li­fera e pro­durre mezzi vera­mente a impatto zero. Questi vei­coli sono ali­men­tati da pile par­ti­co­lari (dette “a com­bu­sti­bile”) al cui interno viene pro­dotta elet­tri­cità attra­verso un pro­cesso chi­mico che coin­volge l’idrogeno e l’ossigeno. L’unico scarto è acqua, di con­se­guenza le emis­sioni sareb­bero total­mente abbat­tute. Proprio per que­sto molti vor­reb­bero con­cen­trare su que­sta tec­no­lo­gia la mag­gior parte degli sforzi eco­no­mici e scien­ti­fici. In realtà l’impatto ambien­tale è un aspetto molto con­tro­verso e diverse voci auto­re­voli non sono d’accordo. Rispetto ai com­bu­sti­bili tra­di­zio­nali e a quelli vege­tali, l’idrogeno pre­senta infatti uno svan­tag­gio fon­da­men­tale: men­tre i primi due sono fonti ener­ge­ti­che dirette, il secondo è solo un mezzo per tra­spor­tare ener­gia. Ovvero per pro­durlo è neces­sa­rio usare a priori un’altra fonte pri­ma­ria (spesso pro­prio il petro­lio). E’ chiaro dun­que che i vei­coli a idro­geno non ridur­reb­bero di per sé le emis­sioni inqui­nanti, ma le spo­ste­reb­bero sola­mente dalle città ai luo­ghi di pro­du­zione. Ci sono poi nume­rosi peri­coli per la sicu­rezza: a seguito di una per­dita, una con­cen­tra­zione tos­sica di que­sto gas nell’aria viene rag­giunta molto rapi­da­mente e il rischio di com­bu­stione o esplo­sione vio­lenta è altissimo.

Non è tutto: per poter uti­liz­zare l’idrogeno nelle nostre auto, sarebbe neces­sa­rio ristrut­tu­rare com­ple­ta­mente la rete di distri­bu­zione, con costi assai proibitivi.

Alcuni espe­ri­menti in que­sto senso sono già stati por­tati avanti in Norvegia dove è stata recen­te­mente inau­gu­rata la prima auto­strada per soli vei­coli ad idrogeno.

– A MACCHIA DI LEOPARDO –

«Questo è il momento di affron­tare il cam­bia­mento una volta per tutte. Ritardare non è più una scelta pos­si­bile. Negare non è una rea­zione accet­ta­bile. La posta in gioco è già troppo alta. Le con­se­guenze sono molto serie».

Inizia così il “green new-deal” di Obama, per rilan­ciare l’economia tra­mite tec­no­lo­gie alter­na­tive a ridotto impatto ambien­tale. Da mag­gio gli Stati Uniti hanno varato un piano nazio­nale che estende a tutto il ter­ri­to­rio la legi­sla­zione della California in ambito di emis­sioni inqui­nanti e con­sumo di car­bu­rante, acce­le­rando la tabella di mar­cia pre­vi­sta da George Bush nel 2007. Il tutto senza che lo Stato dia un solo dol­laro d’incentivo alle aziende ame­ri­cane, peral­tro mal­conce. La noti­zia è par­ti­co­lar­mente buona se si pensa che dal 1975, dopo lo shock petro­li­fero, l’America non rive­deva gli stan­dard minimi di miglia per gal­lone pre­vi­sti per le auto. Ma la pro­po­sta di Obama innalza la soglia a 35,5 quando da noi la media è già di 43,3 e in Cina di 35,8.

Proprio Cina e India, che siamo abi­tuati a imma­gi­nare sotto un’aria irre­spi­ra­bile per l’inquinamento, sono in realtà in grado di espor­tare modelli com­pe­ti­tivi di auto che rispet­tano in tutto e per tutto gli stan­dard euro­pei. Da loro però la soglia di tol­le­ranza dell’inquinamento rimane ancora troppo alta: in India l’adozione di uno stan­dard ana­logo all’Euro 3 è pre­vi­sta solo per il 2010.

In Europa invece l’efficienza nei con­sumi non è affron­tata espli­ci­ta­mente per­ché il più alto costo dei car­bu­ranti sem­bra per ora suf­fi­ciente a rego­lare da sé il mer­cato. Qui infatti si con­cen­tra l’attenzione sulle emis­sioni inqui­nanti: da set­tem­bre 2009 è stato adot­tato lo stan­dard Euro 5 che pre­vede limiti più strin­genti per i pro­dut­tori. Tuttavia i valori fis­sati non sono quelli voluti ori­gi­na­ria­mente dalle com­mis­sioni scien­ti­fi­che: deri­vano invece da com­pro­messi tra il legi­sla­tore e l’Associazione dei Costruttori Europei di Automobili.

Lo stesso si sta già ripe­tendo per l’introduzione dell’Euro 6, pre­vi­sta nel 2014: la deci­sione è stata presa lo scorso dicem­bre, ma Barroso (pre­si­dente della Commissione euro­pea) si è in seguito scon­trato con alcuni governi, tra cui il nostro e quello tede­sco. Il risul­tato sono regole annac­quate e dila­zio­nate nel tempo rispetto alle pro­po­ste ini­ziali, molto più incisive.

DALLA PANCIA DELLA TERRA

Per chi vede le alter­na­tive descritte finora come una chi­mera, ana­liz­ziamo infine pro e con­tro di quello che potrebbe essere con­si­de­rato come il miglior com­pro­messo tra soste­ni­bi­lità ambien­tale, costi e tempi di rea­liz­za­zione: stiamo par­lando di Gpl e metano.

Il gas natu­rale, meglio cono­sciuto come metano, si può rica­vare dal sot­to­suolo o dalla decom­po­si­zione di sostanze orga­ni­che e per que­sto motivo viene clas­si­fi­cato come “bio­gas” (a dif­fe­renza del Gpl — gas di petro­lio lique­fatto — che è un deri­vato del petro­lio e per­tanto non può essere con­si­de­rato come una fonte ener­ge­tica rinnovabile).

Il prin­ci­pale van­tag­gio appor­tato dall’uso di que­ste sostanze è una com­bu­stione pulita, gra­zie all’assenza di ele­menti nocivi (come zolfo o com­po­sti del piombo) e a una buona misce­la­zione con l’aria dovuta alla natura gas­sosa. Si ottiene così una ridu­zione delle emis­sioni inqui­nanti e dan­nose per l’ozono, insieme a un abbas­sa­mento dei costi.

Come si sa «non è tutto oro quel che luc­cica», dove sono dun­que gli intoppi? I mag­giori osta­coli alla dif­fu­sione di que­sti car­bu­ranti sono legati a pro­blemi d’immagazzinamento e tra­sporto. I gas, a causa della minore den­sità rispetto ai liquidi, devono essere com­pressi molto per otte­nere quan­ti­ta­tivi suf­fi­cienti e garan­tire un’autonomia accet­ta­bile (nel caso del metano si arriva quasi a 200 atmo­sfere). Questo com­porta l’uso di bom­bole robu­ste e pesanti, rea­liz­zate con mate­riali costosi. Un ultimo osta­colo è poi legato alla scarsa rete di distri­bu­zione: se risulta piut­to­sto limi­tata quella del Gpl (nono­stante la pre­senza da diversi anni sul mer­cato), lo è ancora di più quella del metano.

Nonostante ciò, nel breve periodo, il Gpl sem­bra la scelta mag­gior­mente attua­bile e “pulita”. Anche secondo Fiat, che si sta muo­vendo pro­prio in que­sta dire­zione. I risul­tati si vedono: secondo i dati, le auto del Lingotto sono le meno inqui­nanti (media di CO2 pari a 138 gr/km) e le uni­che, insieme a quelle del gruppo Peugeot-Citroën, ad aver rispet­tato l’obiettivo san­cito dall’accordo volon­ta­rio del 1998 (140g/km entro il 2008). Uno dei motivi rite­nuti stra­te­gici, dallo stesso pre­si­dente ame­ri­cano Barack Obama, per l’alleanza con Chrysler.

– TANTO RUMORE PER NULLA? –

«Se un vei­colo elet­trico venisse con­tro di voi a 60 km/h, avver­ti­re­ste l’avvicinarsi di un aspi­ra­pol­vere, nulla più». Troppo poco per bam­bini, cicli­sti e pedoni.

Il pro­blema è stato sol­le­vato ini­zial­mente dalle asso­cia­zioni di non vedenti negli Stati Uniti, dove l’auto verde è argo­mento d’interesse pub­blico da diversi anni. La discus­sione è poi sbar­cata in Europa ed è in arrivo una norma che obbli­gherà le auto elet­tri­che a simu­lare il rumore dei motori a scoppio.

Jeremy Clarkson, pre­sen­ta­tore di Top Gear (show della Bbc) e colum­nist del Sunday Times, sostiene che l’Unione Europea non ha fatto le cor­rette valu­ta­zioni: «l’80% del rumore di un auto è dato dai pneu­ma­tici, non dal motore o dal tubo di scappamento».

Christopher Hogan, PhD della Direct Research, ha com­piuto uno stu­dio sugli inci­denti che hanno coin­volto i pedoni negli Usa tra il 2002 e il 2006, con­clu­dendo che nes­sun cieco ha subito un inci­dente fatale con un’auto elet­trica o ibrida durante il periodo preso in esame. «Il modello più dif­fuso — la Toyota Prius — è respon­sa­bile di inci­denti, verso pedoni cie­chi e non, in misura iden­tica ai modelli ben­zina o die­sel». L’autore con­clude che non c’è alcuna evi­denza per giu­sti­fi­care la neces­sità di simu­la­tori sonori sulle auto elettriche.

La Provincia di Milano, in un con­ve­gno tenu­tosi a Febbraio ‘09, ha dichia­rato intanto che «200.000 cit­ta­dini vivono in aree in cui l’inquinamento acu­stico può cau­sare nel tempo pro­blemi psi­co­lo­gici, di pres­sione e di stress».

Siamo sicuri che la vera solu­zione al pro­blema della peri­co­lo­sità del traf­fico, per pedoni e  non vedenti, sia l’innalzamento del rumore pro­dotto dalle auto elettriche?

IN SINTESI

Negli ultimi anni abbiamo ini­ziato, in tutto il mondo, a inve­stire nella pro­du­zione di auto “verdi”. Ogni Paese però segue la sua linea, con l’Europa con­cen­trata sul die­sel, il Giappone sui modelli ibridi, l’India e la Cina sulla pro­du­zione di mac­chine pic­cole e leg­gere. Per ora è ancora dif­fi­cile quan­ti­fi­care l’effettivo cam­bia­mento del mer­cato verso un tra­sporto più soste­ni­bile. Si stima che l’incidenza di auto “verdi” sia oggi piut­to­sto bassa, tanto da occu­pare solo un tren­te­simo della forza lavoro nel set­tore. Ma le aziende che pun­tano sul rispar­mio di car­bu­rante e su tec­no­lo­gie pulite sono quelle che vanno meglio nel mer­cato: l’innovazione fa da traino e apre nuove prospettive.

Una dimo­stra­zione ne è la cre­scente forza delle eco­no­mie emer­genti, dove le imprese spe­ri­men­tano più velo­ce­mente rispetto alle aziende occi­den­tali, troppo legate a vec­chi schemi. La tec­no­lo­gia verde, secondo gli esperti, è il volano per il rilan­cio dell’economia e una rego­la­zione lun­gi­mi­rante può spin­gere le nostre imprese a inve­stire in inno­va­zione per recu­pe­rare il “gap” accu­mu­lato. Il piano di Obama ad esem­pio pre­vede un note­vole taglio delle emis­sioni (circa il 40%), che secondo l’Icct (International coun­cil on clean trans­por­ta­tion) por­terà nuo­va­mente i costrut­tori ame­ri­cani davanti a tutti in campo tec­no­lo­gico. Così si può com­pe­tere con Paesi come Cina e India che hanno dalla loro un costo del lavoro molto più basso.

Valutiamo quindi le tec­no­lo­gie su cui pun­tare. Le bio­masse dif­fi­cil­mente saranno suf­fi­cienti a coprire l’intero fab­bi­so­gno mon­diale di car­bu­ranti e il loro l’impiego è for­te­mente fre­nato da dubbi di ori­gine morale: siamo sicuri che sia eti­ca­mente giu­sto uti­liz­zare mais per far andare le nostre auto­mo­bili quando nel mondo ci sono quasi un miliardo di per­sone mal­nu­trite? D’altro canto l’idrogeno, oltre a essere vera­mente rischioso da uti­liz­zare, neces­sita di una ricon­ver­sione della sua filiera pro­dut­tiva verso fonti d’energia rin­no­va­bile per potersi con­si­de­rare a ridotto impatto ambien­tale. Non è un caso che recen­te­mente gli Stati Uniti abbiano tagliato i finan­zia­menti alla ricerca in que­sto campo, a favore di quella nel set­tore elet­trico a batteria.

L’auto elet­trica infatti fa ben spe­rare: secondo il nostro parere, attual­mente appare come la solu­zione eco­lo­gica più pro­met­tente per il medio ter­mine. Gli osta­coli da supe­rare sono per lo più di natura tec­no­lo­gica: bat­te­rie più effi­cienti, sistemi di rica­rica più veloci, pro­du­zione di elet­tri­cità attra­verso fonti rin­no­va­bili. Tutti impe­di­menti cui spe­riamo che la ricerca e svi­luppo nei pros­simi anni pos­sano venire a capo.

Nell’immediato una vet­tura a Gpl o metano può costi­tuire una scelta signi­fi­ca­tiva per la ridu­zione di emis­sioni inqui­nanti, soprat­tutto nelle grandi città. Per chi invece fosse ancora inde­ciso con­si­gliamo se pos­si­bile, nel frat­tempo, una buona bici­cletta per l’uso cit­ta­dino: ne trarrà bene­fi­cio il por­ta­fo­gli, la salute e l’ambiente!

Il dub­bio non é se mai avremo un’automobile eco­lo­gica, pia­ce­vole da gui­dare ed este­ti­ca­mente appa­gante. La domanda è piut­to­sto quando e come. In tempi di crisi come come quelli attuali, le indu­strie non pos­sono sedersi sugli allori e, con il prezzo del petro­lio in nuova ascesa, i governi (come hanno mostrato gli Stati Uniti recen­te­mente) potreb­bero pun­tare sui mezzi di tra­sporto alter­na­tivi per rilan­ciare l’economia: forse l’attesa non sarà così lunga.

– La vera city car –

I pro­dut­tori si stanno spre­mendo le meningi per tro­vare l’auto eco­no­mica e a impatto zero. Cervelli impe­gnati a non sot­trarre le como­dità, miglio­rando al con­tempo la qua­lità delle emis­sioni, lavo­rano nei labo­ra­tori delle case auto­mo­bi­li­sti­che, cer­cando nuovi car­bu­ranti e tec­no­lo­gie capaci di ovviare ai pro­blemi ambien­tali. Le “con­cept car”, pre­sen­tate anche all’ultimo salone di Francoforte, sem­brano una car­to­lina dal futuro: spe­dite da un luogo dove tutto sarà più bello, colo­rato e migliore. Ma una city car cos’è? È una mac­china da uti­liz­zare in città, un’automobile per per­corsi brevi, utile a sbri­gare le com­mis­sioni di tutti i giorni.

Chiudo gli occhi e mi imma­gino nel traf­fico delle ore di punta a Roma: il mal di testa che mar­tella le meningi diverrà domani solo uno spia­ce­vole ricordo. So che in quel gro­vi­glio di mac­chine, in cui oggi si pos­sono rico­no­scere i vari odori dei car­bu­ranti, sarò como­da­mente seduto sulla mia fan­ta­stica city car: un auto che non pro­duce né odori, né emissioni.

In quel momento avrò un pia­cere impa­ga­bile. La rivo­lu­zione dell’automobile arri­verà e ci per­met­terà final­mente di sfi­lare la coda al sema­foro senza più pro­blemi, girando per la città senza lo stress di un par­cheg­gio. È emo­zio­nante e appa­gante sapere che quel giorno avrò una bicicletta.

Pannocchia

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