Libertà da difendere

Enrico Labriola,

GheddafiUna premessa sostanziale è che ogni guerra è una tragedia. Siamo tutti atterriti dai dubbi e dalla responsabilità – nel nostro piccolo – di prendere posizione. Una parola va detta anche sul vergognoso trattato che il governo italiano ha sottoscritto con un regime sanguinario: finanziando, armando e rendendosi complice di Gheddafi (e baciandogli le mani). Quel trattato ha permesso che il leader libico rinchiudesse e torturasse oppositori e migranti; quando non li eliminava lasciandoli morire nel deserto. Va detto anche che eravamo troppo pochi a opporci alla firma di quel trattato.

Il Gheddafi accolto a Roma in pompa magna poco più di un anno fa è la stessa persona che ora il governo italiano vuole abbattere in nome della libertà; ma è anche lo stesso Gheddafi per cui Berlusconi si dice «addolorato» mentre vengono massacrati i civili a Misurata. Il governo dovrebbe chiedere scusa agli Italiani per essere sceso a patti con chi non ha esitato a sparare sulla folla e massacrare gli oppositori meno di un anno dopo la firma del documento. Inoltre l’esistenza di quel trattato non è una giustificazione per perseverare nell’errore, affermando che i patti vanno mantenuti in ogni caso. Nè si possono giustificare tutti gli Stati – Italia in testa – che in nome del business e della Realpolitik hanno fatto affari e stretto accordi con Gheddafi per anni, ben oltre la soglia della decenza, chiudendo un occhio sulle violazioni quotidiane dei diritti umani nel Paese nordafricano.

Soldato kefiaLe rivolte in Libia sono iniziate il 15 febbraio, quando Gheddafi non ha esitato a sparare sulla folla e a reprimere nel sangue l’opposizione. Molti di noi nei mesi scorsi hanno simpatizzato con i giovani di Tunisi e con le folle di piazza Tahrir al Cairo; oggi guardiamo con preoccupazione a quel che succede in Yemen, Bahrein e in altre parti del Medio Oriente.

I ragazzi che si sono rivoltati a Bengasi, Tripoli e in Libia hanno la nostra età e probabilmente molti di loro chiedono solo più libertà: poter navigare su Internet, viaggiare, trovare un lavoro senza pagare la bustarella, non essere fermati continuamente dalla polizia. Chiedono di smettere di avere paura. Quei ragazzi richiedono da settimane di essere aiutati; ci chiamano a intervenire di fronte ai massacri minacciati e attuati da Gheddafi. Provate a mettervi nei loro panni. Ci hanno implorato di fare presto e la Comunità Internazionale ha fatto pressioni su Gheddafi perché si ritirasse, non colpisse i civili, andasse in esilio.

Abbiamo atteso fin troppo prima di prendere una decisione. Di fronte ai discorsi e alla follia di un dittatore sanguinario per 42 anni, si sono presto esaurite tutte le mediazioni e le trattative possibili. Gheddafi ha ampiamente dimostrato di che pasta è fatto nell’arco di tutta la sua vita; e oggi lo riconferma ignorando ogni richiesta della diplomazia estera. Di fronte all’urgenza di fare qualcosa, non ho mai sentito soluzioni attuabili da parte di chi parla di pace “senza se e senza ma”. Scendere in guerra, seppure con un mandato Onu e con una larga coalizione, comporta una grande assunzione di responsabilità. Ma allo stesso modo un’importante responsabilità cade sulle spalle di chi si schiera per il non intervento e lascia che Gheddafi massacri i ragazzi che coraggiosamente si sono ribellati. Tra le due alternative, scelgo di assumermi il rischio di sbagliare, ma di provare a fare qualcosa di concreto.

Certo, dietro all’intervento si nascondono interessi nazionali, ma questo non sposta di un millimetro il mio punto. Sto comunque con chi chiede la libertà, con i ragazzi che hanno preso i proiettili dei lealisti libici e che ci hanno chiesto di intervenire. Se ci siamo indignati per l’inazione in Bosnia nel ’94 o in Ruanda nel ’98, abbiamo ora l’occasione d’imparare dagli errori passati. Nel ’36 in Spagna la comunità degli Stati democratici non intervenne e le forze anti-franchiste furono uccise in un bagno di sangue. Il fatto che non si intervenga in tanti altri Stati in cui vige il despotismo, non ci giustifica nel non agire.

Prendere una posizione forte ora, renderà più incisive le nostre richieste in futuro, quando pretenderemo dai governanti occidentali di stare al fianco dei manifestanti pacifici in Bahrein, in Arabia Saudita, in Iran e di impiegare la diplomazia – come primo strumento – per fermare i massacri. Credo sinceramente nel sostegno alle aspirazioni di autodeterminazione dei popoli; credo che le richieste di libertà vadano incoraggiate, che i diritti umani vadano difesi, che un dittatore che vuole schiacciare «come scarafaggi» chi protesta debba essere fermato. Preferisco prendermi la responsabilità d’intervenire per tentare di fermare i massacri, piuttosto che non fare nulla e continuare a credermi puro.