La strategia del turpiloquio

Antonio Tasso,

ParolacceÈ indub­bio il fatto che quanno ce vo’ ce vo’, così come non c’è nulla di male quando ci si ritrova a cena tra amici, magari aiu­tati da quel bic­chiere in più, a essere leg­ger­mente più liberi nell’esprimersi. Sacrosanto! Diverso sarebbe invece per­met­tere che quella paro­lina spinta, il com­mento inop­por­tuno, il dop­pio senso mor­dace, diven­tas­sero quasi un inter­ca­lare alla stessa stre­gua di “sì, no, gra­zie, prego, scusi, tornerò”.

Si chiama tur­pi­lo­quio! Rientrano in que­sta cate­go­ria le bestem­mie, le impre­ca­zioni, le paro­lacce (parole scur­rili), doppi sensi ecc… Espressione della strada, della vera­cità e dell’umanità più genuina e istin­tuale. Qualcuno ne ha anche fatto un’opera d’arte (vedi Aretino). Ormai a que­sta cate­go­ria le pareti delle case, dei bar, delle came­rate stanno troppo strette e sem­pre più si spande a mac­chia d’olio anche nelle tele­vi­sioni, nelle uni­ver­sità, nella poli­tica (pre­cur­sore il «Me ne frego!» fascista), nei salotti di qua­lun­que specie.

Purtroppo, nella gene­rale deriva della lin­gua ita­liana, anche que­sto immenso patri­mo­nio cul­tu­rale va per­den­dosi e restrin­gen­dosi quasi a toc­care il fondo. Anzi, quasi il fondo…meglio: la zona ingui­nale. Il pro­fes­sor Cesare Segre lo chiama regi­stro fal­lico; io per par con­di­cio lo ribat­tezzo regi­stro geni­tale. Diventato ormai indi­spen­sa­bile tanto quanto una vir­gola o una con­giun­zione, il con­ti­nuo rimando all’apparato geni­tale maschile e fem­mi­nile sem­bra quasi essen­ziale per man­te­nere viva una con­ver­sa­zione e destare inte­resse e par­te­ci­pa­zione. Senza con­tare i gar­bati inviti che si por­gono ai pro­pri avver­sari a pro­vare pra­ti­che ses­suali con­ti­nue, rei­te­rate non­ché dolo­rose e improbabili.

Abbassare il livello, ren­derlo più pia­ce­vole, più umano attra­verso le paro­lacce è senz’altro una tec­nica di comu­ni­ca­zione molto accat­ti­vante e che effet­ti­va­mente fun­ziona. Un poli­tico che usa un tono basso lo sen­tiamo più vicino, la paro­lac­cia di un pro­fes­sore uni­ver­si­ta­rio lo rende meno irrag­giun­gi­bile, Sgarbi incaz­zato è diver­ten­tis­simo. Ma siamo pro­prio sicuri che sia que­sto quello che vogliamo? Un livel­la­mento indi­stinto dei regi­stri? È neces­sa­rio sem­pre e comun­que sen­tirsi uguali o pre­ten­dere che il nostro inter­lo­cu­tore sia costan­te­mente al nostro livello (più alto, più basso… non importa)? E infine: è con­ce­pi­bile che in una società civile siano pro­prio le paro­lacce a farci sen­tire parte di un tes­suto sociale? E ca…spita!