Salviamo l’italiano

Andrea Lugoboni,

CruscaL’Accademia della Crusca rischia di chiudere. L’annuncio lapidario viene da Nicoletta Maraschio, presidente del più antico istituto di linguistica italiana. «Per consentire il funzionamento dell’Accademia ogni anno servono 400mila euro. Si tratta di spese fisse, equamente suddivise tra il mantenimento della sede e le retribuzioni per il personale (sei dipendenti, più quindici collaboratori, gli accademici e i soci non percepiscono alcun compenso). Nel 2009 dallo Stato sono arrivati solo 190mila euro di contributi».

L’assessore alla Cultura del Comune di Firenze, Giuliano Da Empoli, commenta: «Il caso dell’Accademia della Crusca è particolarmente sconcertante e al tempo stesso straziante. Stiamo attraversando un momento in cui le politiche culturali sembrano dettate dall’andamento della borsa e dei mercati valutari. Oggi l’italiano è la quinta lingua più studiata al mondo e cresce di giorno in giorno la domanda di studi e ricerche, non soltanto a livello nazionale. In altri Paesi, per esempio la Gran Bretagna, stanno pensando ad istituzioni per la tutela della lingua. Invece l’Accademia della Crusca è costretta di anno in anno, di Finanziaria in Finanziaria, a lottare per la propria sopravvivenza e per cifre assolutamente irrisorie, considerando l’importanza di questa istituzione».

Se davvero vogliamo mantenere in vita le nostre radici – come spesso in politica si sente dire – uno dei primi passi è studiare le nostra lingua. L’Accademia della Crusca non è un reperto archeologico da conservare, bensì una fonte tutt’ora in vita di progresso e umanità. Verrebbe da gridare al sacrilegio pensando al patrimonio culturale che rischia di andare perduto; ma al tempo stesso non si possono chiudere gli occhi di fronte alla necessità di sostenere coloro che lottano per un posto di lavoro: queste persone hanno sicuramente la priorità. Non perdiamo di vista il valore immenso e infinito della cultura. Un valore sociale, culturale, ma anche economico se, come conclude Nicoletta Maraschio, «in Germania l’istituto che tutela la lingua tedesca gode di un contributo di 8 milioni di euro l’anno e dà impiego a 80 persone».