Il senso delle regole

Marco Fasola,

Anni di piomboNell’elegante casa di famiglia in Corso Plebisciti a Milano, Alessandra Galli racconta il momento che le ha cambiato la vita. Il 19 marzo 1980 si trovava all’Università Statale, dov’era iscritta al primo anno di Giurisprudenza: «stavo prendendo un caffè con un’amica. A un tratto delle grida ci avvertono che è successo qualcosa al piano superiore». Con il fiato corto e il cuore in gola, Alessandra arriva nel corridoio dell’aula 309: «c’era un corpo riverso a terra, ho capito subito che si trattava di papà». Il giudice istruttore Guido Galli è stato assassinato mentre si avviava a tenere una lezione di criminologia. Muore sotto tre colpi di pistola esplosi da un commando di Prima Linea, l’organizzazione sovversiva di estrema sinistra sulla quale stava indagando. Sono gli anni di piombo: l’Italia è scossa dal terrorismo e dalle stragi. Il 13 settembre 1978 Corrado Alunni viene arrestato nel covo di Via Negroli a Milano e inizia una grande inchiesta sul terrorismo di sinistra. Galli ne assume le redini e questo gli costerà la vita. «Le rivendicazioni che spiegano perché l’hanno ucciso potrebbero essere le parole di un epitaffio» osserva Alessandra. «Galli – dice il comunicato – appartiene alla frazione riformista e garantista della magistratura». Come il suo collega Emilio Alessandrini, ammazzato un anno prima, difendeva lo Stato democratico e le sue regole. Nel delirio degli assassini era un nemico insidioso delle istanze rivoluzionarie. «Papà era profondamente convinto che la strada per sconfiggere il terrorismo fosse l’applicazione rigorosa delle leggi esistenti ed era contrario alla legislazione d’urgenza, che introduceva pericolose deroghe ai principi fondamentali della Costituzione. Per lui nulla giustificava il sacrificio dei diritti dell’imputato, che fino a prova contraria è innocente». Sullo scrittoio del salotto c’è una copia de La politica criminale in Italia negli anni 1974 – 1977, un appassionato scritto del giudice istruttore. Alessandra legge alcune righe: «Viviamo, certo, tempi scuri: ma gli strumenti per uscirne non devono essere totalmente inidonei alla difesa delle istituzioni e della vita dell’individuo; o indiscriminatamente compressivi della libertà individuale, in nome di “ragioni di emergenza” il cui sbocco frequente ci è purtroppo ben noto».

Lapide GalliA distanza di trent’anni Galli è ancora fortemente attuale. Alessandra, che ha seguito la sua strada e oggi è magistrato, ne è sicura: «era una persona convinta di quello che faceva. Credeva nel confronto con l’altro e nella coerenza dei propri comportamenti». In quegli anni di tensione politica non ha mai imposto ai suoi figli cosa pensare, ma pretendeva che si assumessero la responsabilità delle proprie scelte: «se al Liceo decidevamo di scioperare, dovevamo manifestare e non andare in giro per negozi». Anche sul lavoro era così: «gli è toccata un’inchiesta scottante e molti colleghi erano già caduti. Nonostante questo l’ha portata avanti, per coerenza con le sue responsabilità. Oggi un magistrato forse non rischia la vita, ma corre il pericolo di essere messo alla berlina perché svolge le sue funzioni». Accanto al cadavere di Galli, le fotografie del tempo mostrano un codice aperto sul pavimento, che il giudice istruttore stava sfogliando prima di essere ucciso. Quelle immagini esprimono bene il suo attaccamento alla legge e al proprio compito, portati avanti fino all’ultimo. Ma non bisogna scambiare Guido Galli con un eroe o un santo. «Papà non era Achille né San Francesco. Era un uomo sereno che amava la sua famiglia e ha fatto il suo dovere fino in fondo, senza gesta straordinarie. Ha pagato con la vita questa coerenza». Oggi però è una virtù rara. Alessandra accetta di definirlo eroe a una condizione: «che si parli di “eroe borghese”, cioè una persona come noi che vive e opera nel quotidiano». Si riferisce al titolo del libro di Corrado Stajano che racconta la storia di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della banca di Sindona. Anche lui, come Galli, ucciso per aver fatto il suo dovere. Alessandra ci mostra lo studio di suo padre. Una fotografia lo ritrae in abiti domenicali nella casa di montagna. Le riviste di giurisprudenza sono ferme al 1980. Le chiediamo se ha mai incontrato i suoi assassini: «solo dietro le sbarre, durante il processo che si è svolto a Torino. Oggi sono liberi e parlano ancora delle loro vittime come fossero oggetti: “bersaglio”, “obiettivo”. Capisco che ci possano essere stati dei percorsi di ravvedimento, ma a livello personale non sarei in grado di confrontarmi con loro. Forse ci riuscirei come giudice: nel mio lavoro bisogna essere in grado di guardare ai fatti prescindendo dal proprio vissuto».