Il significato delle parole

Alessandro Zanardi,

ParoleÈ sotto gli occhi di tutti quanto negli ultimi decenni gli esseri umani abbiano in media ridotto il loro rispetto per ciò che li cir­conda – si tratti di ambiente, di diritti umani o di sem­plice cor­te­sia per il pros­simo – immo­lando tutto que­sto sull’altare di un “pro­gresso” orien­tato al mate­ria­li­smo, che fini­sce per tra­dire il suo prin­ci­pale scopo: miglio­rare la qua­lità della vita delle per­sone. Viene natu­rale doman­darsi dove porti que­sta strada infe­lice e se non sia il caso di com­piere una netta inver­sione di mar­cia. Questa ten­denza è stata poi accom­pa­gnata di recente da un pri­mato tutto ita­liano: il pro­gres­sivo distac­ca­mento dal signi­fi­cato delle parole.

Succede infatti sem­pre più fre­quen­te­mente di tro­vare ter­mini usati a spro­po­sito nelle pub­bli­che dichia­ra­zioni. Un cam­bia­mento “silen­zioso” e stri­sciante che dovrebbe destare più atten­zione di quanta ne abbia sinora rice­vuta, per­chè possa essere fer­mato prima che diventi la nor­ma­lità: quando la soglia dell’attenzione pub­blica si abbassa è un segnale forte, signi­fica diven­tare cie­chi a ciò che sta real­mente suc­ce­dendo. Gli esempi negli ultimi mesi si spre­cano, in realtà è suf­fi­ciente aprire un qua­lun­que quo­ti­diano o ascol­tare un tele­gior­nale per ren­dersi conto di quanto le parole usate per muo­vere l’opinione pub­blica siano sem­pre più “fuori posto”. Dire che la Protezione Civile viene «per­se­gui­tata», quando la magi­stra­tura sta sem­pli­ce­mente com­piendo delle rego­lari inda­gini sugli ille­citi, o affer­mare che chi esce con le escort è un “galan­tuomo”; dichia­rare «no a leg­gine, fidu­cia nel Tar» e il giorno dopo varare un decreto legge che cam­bia le regole per la pre­sen­ta­zione delle liste elet­to­rali; defi­nire straor­di­nari e urgenti i lavori per il 150° anni­ver­sa­rio dell’unità d’Italia, o dire che chi esce per man­giare un panino e ritarda una con­se­gna è stato «trat­te­nuto con vio­lenza». Affermare che la sini­stra «vuole fare dell’Italia uno Stato di poli­zia domi­nato dall’oppressione tri­bu­ta­ria e giu­di­zia­ria», non si allon­tana molto da quando nel dopo­guerra si faceva girare la voce che i comu­ni­sti «man­gias­sero i bam­bini»: spet­tri del pas­sato che ritor­nano. Questo ragio­na­mento non ha un colore poli­tico e natu­ral­mente è altret­tanto valido per chi parla di “dit­ta­tura” nei con­fronti del centro-destra, dimen­ti­cando appa­ren­te­mente che il governo attuale è in carica per­ché è stato rego­lar­mente votato dalla mag­gio­ranza degli ita­liani (se la sini­stra ha da ridire sul con­flitto d’interessi per­ché non se n’è occu­pata quando era al governo?).

Come esseri umani, abbiamo un dono: la parola, la capa­cità di rap­por­tare ragio­na­menti astratti al mondo reale. Se ci pri­viamo di que­sta pre­ziosa dote, finiamo ine­vi­ta­bil­mente per fare un bel po’ di passi indie­tro. A que­sto si somma, in una peri­co­losa com­bi­na­zione, il fatto che in Italia stiamo per­dendo la capa­cità d’indignarci. Il mec­ca­ni­smo è sem­plice da spie­gare: come un medico che lavora in sala ope­ra­to­ria vedendo morire per­sone tutti i giorni non può dispe­rarsi in con­ti­nua­zione, così per noi in ambito poli­tico la con­ti­nua espo­si­zione a eventi disdi­ce­voli sta diven­tando fisiologica.

Quante volte ci è capi­tato di sen­tire frasi come: «tutti rubano», «tutti eva­dono le tasse», «i giu­dici sono comu­ni­sti», «i poli­tici sono cor­rotti»; fin­chè len­ta­mente ci sci­vo­lano den­tro e finiamo per cre­derci. Non è vero. I giu­dici garan­ti­scono il rispetto della legge e la mag­gior parte degli ita­liani for­tun­ta­mente le tasse le pagano, altri­menti il sistema sociale non potrebbe reg­gere. Affermare il con­tra­rio è solo un modo per­ché chi infrange la legge si senta più pro­tetto, più normale. Come dice De Gregori nella can­zone “La Storia”: «poi ti dicono tutti sono uguali e tutti rubano alla stessa maniera, ma è solo un modo per con­vin­certi a restare chiuso den­tro casa quando viene la sera».

Teniamo ben aperti gli occhi, insieme alle orec­chie e alle nostre teste, se non vogliamo diven­tare com­plici di un cam­bia­mento in cui non ci rico­no­sciamo. Quando incon­triamo una parola usata a spro­po­sito, da qua­lun­que parte venga, non lascia­mola pas­sare inosservata.

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